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Uguaglianza uomo-donna in Francia: da DSK alle violenze domestiche

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Uguaglianza uomo-donna in Francia: da DSK alle violenze domestiche

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Circa un anno fa, esattamente il 14 Maggio, scoppiava l’affaire Strauss-Kahn. Lo scandalo ha dato vita a numerosi dibattiti, soprattutto sul ruolo delle donne nella vita politica e più in generale nella società. Cosa resta di questo dibattito oggi in Francia, nel momento in cui i francesi si apprestano a eleggere il loro Presidente? Cosa ne è dell’uguaglianza uomo-donna oggi in Francia?
 
Fiumi di inchiostro sulle prime pagine dei giornali e ore di trasmissioni su radio e tv. In Francia più che in altri Paesi, “l’affaire Sofitel” ha alimentato aspri dibattiti e indotto molti a interrogarsi sul ruolo della donna nella società contemporanea. A parità di posizione, le donne francesi guadagnano in media il 27% in meno degli uomini. Sono loro a sbrigare circa l’80% degli affari domestici e questo spesso ne ostacola il percorso di ascesa professionale.
 
 
Da anni in prima linea contro le discriminazioni sessiste, Olga Trostiansky guida oggi il coordinamento per le lobby europee delle donne. Un osservatorio privilegiato che le ha consentito di misurare da vicino alcuni degli effetti dell’Affaire DSK sulla società e le coscienze.
 
“Lo tsunami seguito all’affaire Strauss-Kahn – dice – ha coinvolto tutti i salotti francesi. Ci sono poi stati anche un certo numero d’intellettuali, di uomini francesi, che hanno reagito allo stesso modo: a sostegno di Strauss Kahn e forse anche per proteggerlo. E’ l’insieme di queste reazioni che ha nutrito i dibatti. Quanto credo sia davvero interessante è però soprattutto che per la prima volta uomini e donne hanno realizzato che esiste questo tipo di sessismo”.
 
“Per la prima volta – prosegue Olga Trostiansky - i francesi e le francesi hanno ammesso che si trattava della trasmissione di stereotipi sessisti. E’ un fatto del tutto inedito. Prima in Francia si diceva: altrove sì, ma non da noi!”
 
Se le lobby sono soprattutto impegnate per affermare la parità in politica e nella società, la associazioni abbracciano spesso anche un’altra battaglia: quella contro le violenze subite dalle donne.
 
Il movimento “Ni putes, ni soumises” accoglie quotidianamente donne vittime soprattutto della violenza familiare. Il presidente Asma Guénifi si stupisce che il clamore sollevato dall’affaire DSK non abbia indotto i candidati alle presidenziali a fare di questa battaglia un tema di campagna elettorale.  
 
“Siamo profondamente sorpresi che i candidati non parlino delle violenze perpetrate contro le donne – dice -. Nessuno di loro lo fa. Eppure la risonanza mediatica è stata enorme, il dibattito ha liberato la parola delle donne su questo tema… Ma nessuno ne ha approfittato”.
 
La maggior parte delle violenze di cui sono vittime le donne si consuma nel contesto domestico. Ricatti emotivi e psicologici sono elementi che, insieme a mancanza di risorse e protezione dei figli, finiscono spesso per trasformare la loro quotidianità in prigione.
 
“Non dobbiamo dimenticare – dice ancora Asma Guenifi - che in Francia, ogni due giorni, una donna muore per mano del marito o del compagno. In Francia. Nel 2012”.
 
Nei suoi locali parigini, l’associazione ha accolto lo scorso anno più di 400.000 donne. Tra le sue priorità c‘è oggi quella di riuscire a trovare un rifugio per quelle che, come spesso accade, si trovano in condizioni di precarietà.
 
“Uno dei più grandi problemi in Francia – spiega la direttrice della comunicazione Gabrielle Apfelbaum – consiste da un lato nel mettere al sicuro le donne e dall’altro creare per loro situazioni stabili. A volte finiscono per essere ospitate in alberghi od ostelli: condizioni molto difficili e per di più molto costosi per lo Stato”.  
 
A ritardare la presa di coscienza sul problema delle violenze alle donne è l’alto tasso del cosiddetto  “sommerso”.
 
In base alle stime, le denunce presentate rappresenterebbero appena il dieci per cento dei casi.
 
Se i candidati alle presidenziali sembrano quindi non fare di questa battaglia una priorirà, cosa pensano gli elettori? Giriamo la domanda a Christine Delphy, sociologa specializzata in questioni di genere e ricercatrice presso il CNRS.
 
“Quanto interessa agli elettori – dice – è apparire impegnati senza però fare alcuno sforzo. Basti pensare a cosa è successo da poco con il gruppo ‘Osez le feminisme’ che ha proposto
l’eliminazione del termine signorina dai documenti amministrativi. E non posso dire di non essere d’accordo. Ecco una riforma considerata unanimente buona. Ma essenzialmente perché non costa nulla. Si soprrime una linea su un documento, al massimo si guadagna dell’inchiostro”.
 
“In Spagna, da oltre 15 anni, ogni volta che una donna muore a causa del compagno la storia finisce in prima pagina – prosegue -. Ci sono manifestazioni dei vicini di casa e la notizia passa al telegiornale. In Francia, vede mai notizie del genere? No. Ciò che impedisce progressi, su questo fronte, è il razzismo contro i magrebini. E’ a loro che questo razzismo ha imputato tutti i mali del mondo. E tra questi soprattutto il sessimo. Un meccanismo che consente così all’uomo occidentale, bianco, di ritenersi superiore. E di dire che soltanto gli arabi sono sessisti, che soltanto gli arabi stuprano le donne e che soltanto loro sono i responsabili. Si presta attenzione solo alle donne uccise da compagni col nome arabo. Sono gli unici casi ad essere trattati dai media. La maggioranza delle centosettatamila donne uccise in Francia non si chiamano Soanes o Sherazade, ma Monique o Catherine e sono uccise dai Michel o dai Pierre di turno”.
 
Il silenzio alimenta il senso di impunità e fornisce un’arma in più a chi esercita la violenza. Tacere, dicono gli attivisti, significa assecondare un crimine. E proprio per rompere questo silenzio, lanciano un appello alla politica: perché intervenga e ricordi alle donne, che non sono sole nella loro battaglia.