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Le reazioni dopo l'incriminazione del soldato Bales

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Le reazioni dopo l'incriminazione del soldato Bales

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Polemiche per il caso del sergente statunitense Robert Bales, incriminato per la strage di civili a Kandahar dell’11 marzo scorso.

Dopo il suo trasferimento dall’Afghanistan in una prigione militare del Kansas, a far discutere, anche negli Stati Uniti, sono l’infermità mentale evocata dalla difesa e il processo in casa.

“Ha commesso il crimine in Afghanistan e, pertanto”, commenta Kate Kelly che abita vicino alla base, “avrebbe dovuto essere processato in Afghanistan di fronte alle vittime e ai testimoni del suo crimine”.

“A mio parere, il suo stato mentale non è una ragione per farlo uscire di prigione”, aggiunge lo statunitense Owen Sczerba, “Non ha il diritto di uccidere persone che non hanno nulla a che fare con tutto questo”.

I due villaggi della provincia di Kandahar, intanto, piangono i 17 civili, di cui 9 bambini, uccisi da Bales nel cuore della notte.

“Noi non chiediamo denaro. Non è per i soldi che stiamo facendo tutto questo”, spiega Wazir Khan, che nel massacro ha perso 11 familiari, “Lo facciamo perché vogliamo che queste persone siano processate. Loro sostengono che si tratta di una persona sola. Se è vero, devono dimostrarlo. E che siano gli americani o altri a dirlo, sbagliano quando affermano che è malato o ha avuto problemi”.

Se riconosciuto colpevole, Bales rischia l’ergastolo o la pena di morte. Ma gli afghani chiedono anche un processo trasparente e risposte sul rogo dei corpi delle vittime.