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La Cina verso un cambio di timoniere

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La Cina verso un cambio di timoniere

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Il 2012 è un anno di transizione per la Cina, sia sul fronte politico che su quello economico. Dalla sessione annuale dell’Assemblea nazionale del popolo, appena conclusa, sono uscite proposte che mirano a rafforzare la stabilità del modello economico cinese. L’obiettivo è facilitare il ricambio generazionale ai vertici del partito comunista e dello stato.
 
Tra un anno, il presidente Hu Jintao sarà sostituito dal suo vice, Xi Jinping. Stesso discorso per il primo ministro, Wen Jiabao, che cederà l’incarico al suo secondo in comando, Li Keqiang. La recente visita di Xi Jinping negli Stati Uniti, dove è stato ricevuto alla Casa Bianca dal presidente Obama, vale in Cina quanto un’accreditazione ufficiale per la successione all’inizio del 2013.
 
Affinché il passaggio di consegne avvenga senza scossoni, il governo di Pechino deve gestire una situazione economica che mostra qualche ombra. A febbraio, il deficit commerciale della Cina ha toccato i massimi degli ultimi dieci anni, a quasi trentuno miliardi e mezzo di dollari. Il difficile contesto internazionale, crisi dell’eurozona inclusa, ha costretto il governo a ridimensionare gli obiettivi di crescita, fissati ora al 7,5% nel 2012. Buone notizie arrivano invece sul fronte dell’inflazione, scesa al 3,2%, la soglia più bassa in quasi due anni.
 
Una crescita intorno all’8% del Prodotto interno lordo e una bassa inflazione sono considerati fattori fondamentali per il mantenimento della stabilità sociale. Quest’anno, i giovani cinesi che si affacciano al mondo del lavoro saranno 25 milioni in più rispetto all’anno scorso. La metà di loro in possesso di un diploma di scuola superiore. A questi vanno aggiunte circa dieci milioni di persone provenienti dalle campagne e anch’esse in cerca di impiego.
 
Oggi, i focolai di proteste che il partito comunista cinese è costretto a fronteggiare sono piuttosto limitati e riguardano soprattutto le confische di terreni agricoli da parte di funzionari corrotti per progetti edilizi. Ma i disordini scoppiati nel 2011 a Wukan sono la prova che anche le proteste contadine possono attirare l’attenzione dei media, mettendo in crisi le autorità.
 
Nelle regioni orientali del Xinjian, la tensione non si è mai spenta, nemmeno dopo la dura repressione delle manifestazioni del 2008. Così anche in Tibet, dove le restrizioni imposte alla cultura e alla religione autoctone hanno scatenato proteste giunte talvolta a forme estreme, come atti di immolazione. Episodi che intaccano l’immagine della Cina. 
 
Nial O’Reilly, euronews: Sono tempi di grandi cambiamenti per la dirigenza cinese. Cerchiamo di capirne di più con Robert Lawrence Kuhn, il nostro esperto sulla Cina e autore del libro “How China’s Leaders Think”. Robert Kuhn, buongiorno. L’Assemblea nazionale del popolo si è svolta in un momento cruciale per la Cina, costretta a fare i conti con crescenti pressioni economiche e complesse questioni a livello internazionale. Al di là della solita dimostrazione di unità, quali sono le decisioni più importanti prese dall’Assemblea?
 
Robert Lawrence Kuhn: L’attenzione è tutta rivolta alla politica interna, solo in minima parte a quella internazionale. Questo significa che si è parlato di assistenza sanitaria. E’ un tema di grande importanza perché il sistema attuale è terribile, corrotto e inefficente, e i cinesi sono molto preoccupati. Si è parlato anche di pensioni, delle prospettive per i pensionati, del sistema scolastico, sono questi i temi che fanno discutere. Per quanto riguarda l’economia, il premier Wen Jiabao ha fissato l’obiettivo di crescita al 7,5 per cento. Questo ha alimentato tensioni sui mercati mondiali… d’altra parte in passato era l’8 per cento e la Cina ha sempre superato le previsioni. Ora gli obiettivi son stati deliberatamente ridotti perché il governo vuole rendere il sistema economico più equilibrato.
  
euronews: L’assemblea si è svolta in una fase di transizione politica, la più grande in quasi dieci anni. Quali sono stati i messaggi dei leader uscenti e di coloro che si preparano a prenderne il posto?
 
Kuhn: C‘è un certo ottimismo riguardo la nuova leadership. I dirigenti politici sono controllati dai nove membri del Comitato permanente del Politbureau. Tutto in Cina fa capo a queste nove persone. Le cose non funzionano come in America, dove il presidente è libero di assumere e licenziare chi vuole. Quei nove membri del Comitato sono indipendenti nei loro ambiti rispettivi. Il nuovo presidente e capo del partito sarà probabilmente Xi Jinping. E’ uno dei nove, una sorta di primus inter pares. Il suo potere non è illimitato: non può licenziare nessuno degli altri otto, a meno che la questione non sia sottoposta al voto del Comitato.
 
euronews: Durante l’Assemblea, Xi Jinping avrà attirato l’attenzione di tutti, specie dopo la visita di alto profilo che ha compiuto negli Stati Uniti. Le sue credenziali all’interno del Partito sono cambiate dopo quella visita?
 
Kuhn: La visita di Xi Jinping negli Stati Uniti è stata molto significativa in questo anno di transizione e si è rivelata un successo. In Cina è stata molto apprezzata. I cinesi sono fieri che il loro futuro leader abbia dato un’immagine sofisticata di sé sulla scena mondiale, rafforzando il potere e il rispetto di cui la Cina gode tra gli altri paesi. La visita ha avuto un forte impatto internazionale, ma anche sul fronte interno. E ha dimostrato che il futuro presidente ha il profilo giusto per questi tempi difficili.