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Violenza a Gaza: no al dialogo dai due fronti

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Violenza a Gaza: no al dialogo dai due fronti

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È la più grave ondata di violenza nella Striscia di Gaza dall’agosto dello scorso anno, con lanci di razzi dall’enclave di Hamas e raid israeliani.

A far esplodere la situazione è stata nel fine-settimana l’uccisione, in un attacco aereo, di uno dei leader dei Comitati di resistenza popolare, accusato di preparare un attentato nei prossimi giorni contro Israele.

Sono seguiti una pioggia di razzi da Gaza, oltre 200, e numerosi raid aerei israeliani.

Più di 23 i palestinesi rimasti uccisi. Fra loro anche un bambino che stava andando a scuola, nei pressi di un campo profughi di Jabaliya, e un quindicenne.

Diciotto delle vittime palestinesi sono state identificate come esponenti dei Comitati di Resistenza Popolare e della Jihad islamica, due delle fazioni più oltranziste nell’area controllata da Hamas.

Nel Sud di Israele si contano almeno due feriti gravi.

Nonostante gli appelli internazionali, il premier
Benjamin Netanyahu non ha intenzione di fermare i raid:

“La mia politica e le mie istruzioni sono chiare: colpiremo chiunque pianifichi di colpirci, cerchi di colpirci o effettivamente ci colpisca. L’esercito israeliano sta infliggendo pesanti colpi a queste organizzazioni terroristiche”.

No al cessate il fuoco anche sull’altro fronte, quello della Jihad islamica, come ribadito dal portavoce dell’organizzazione:

“Non discuteremo con calma con un nemico che impone regole sleali, non possiamo permettere una calma che non tiene conto del sangue del nostro popolo”.

Secondo alcuni esperti, Hamas sta premendo sulle altre fazioni palestinesi perché si ponga fine alle violenze.

Il suo timore è che Israele intensifichi gli attacchi nelle aree che controlla.

Ma Hamas sta anche cercando di adattarsi con fatica agli sconvolgimenti politici che sono seguiti alla Primavera araba.

In Siria i suoi dirigenti hanno rotto con il regime di Bashar al Assad e hanno lasciato i loro uffici storici, spostandosi in Egitto e Qatar.