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Dalla Russia alla Cina cresce la fronda che si oppone alla carbon tax imposta a gennaio dall’Unione Europea, sulle emissioni di gas serra da parte delle compagnie aeree che attraversano i cieli del Vecchio continente.
 
Il fronte del no minaccia di far tremare l’industria aeronautica europea.
 
Domenica il consorzio aerospaziale Airbus, sei compagnie e alcuni produttori di motori europei avevano scritto ai leader di Francia, Gran Bretagna, Germania e Spagna per protestare contro l’imposta, che si inizierà a pagare dal 2013.
 
Sono coinvolte British Airways, Virgin Atlantic, Lufthansa, Air Berlin, Air France e Iberia.
 
Secondo l’amministratore delegato di Airbus, Tom Enders, un migliaio di posti di lavoro sono a rischio nell’azienda, e altri mille nell’indotto, a causa delle ritorsioni dei Paesi che si oppongono alla carbon tax.
 
Giovedì il presidente del gigante franco-tedesco del settore aerospaziale EADS, Louis Gallois, aveva annunciato che la Cina aveva sospeso gli ordini di 45 airbus, 10 superjumbo A380 e 35 A330 lungo raggio, per il valore di oltre nove miliardi di euro.
 
Le compagnie che operano nello spazio aereo europeo dovranno sborsare l’equivalente del 15% delle loro emissioni inquinanti. Secondo le previsioni della Commissione Europea questo costerà dai due ai 12 euro ad ogni passeggero.  
 
La Cina ha vietato alle sue compagnie di pagare questa tassa.
 
Il traffico aereo è responsabile per il 3% delle emissioni di gas serra.
 
Venerdì i ministri dell’Ambiente dell’Unione Europea hanno confermato il loro sostegno alla carbon tax, assicurando che verranno presi adeguati provvedimenti contro eventuali boicottaggi e ritorsioni da parte dei Paesi contrari.  
 
 

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