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L'altro 8 marzo tra discriminazioni e proteste

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L'altro 8 marzo tra discriminazioni e proteste

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8 marzo di protesta a Istanbul per le quattro attiviste ucraine dell’associazione Femen. Nel giorno in cui il parlamento turco ha approvato una nuova legge contro la violenza sulle donne, si sono fatte arrestare davanti all’ex Basilica di Santa Sofia.

Nel Paese ogni tre minuti viene denunciata una violenza domestica ed è stato calcolato che negli ultimi sette anni sono state uccise da uomini quasi 4.200 donne.

Niente fiori per le signore anche in Afghanistan, dove essere donna significa vivere in condizioni di marginalità e appartenere a padri o mariti.

A peggiorare la condizione femminile, le linee guida per la condotta delle donne imposte dal Consiglio dei religiosi.

“Stanno cercando di usarlo per reprimere i diritti delle donne – ha detto Shukria Barikzai, una della poche donne a sedere nel parlamento afghano – Pensano che le donne in Afghanistan non abbiano alcun sostegno. Io sono convinta del contrario, credo che non siamo sole nel percorso verso la tutela dei diritti”.

“Le donne impegnate in politica sono un bene per la società”, dice da Israele l’unica donna araba a sedere alla Knesset, Hanin Zoabì. Le fa eco dai territori palestinesi Hanan Ashrawi, membro esecutivo dell’Olp: “Il movimento femminile, nato dal duro lavoro e dal sostegno di uomini dalla mentalità aperta – dice – è stato in grado di cambiare la realtà e di rompere le barriere e i confini”.

A Gaza e in Cisgiordania, le donne si fanno sentire, la loro giornata di festa è rimandata. Prima devono protestare per i loro diritti.