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Tunisia, un anno dopo

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Tunisia, un anno dopo

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Tunisi, 14 gennaio, 2011, migliaia di tunisini invadono l’avenue Habid Bourguiba.

Uomini, donne, professionisti, impiegati, operai studenti, cittadini che non hanno più paura, si recano davanti al ministero dell’Interno per chiedere le dimissioni di Ben Ali.

Manifestante: “Speriamo sia l’inizio della democrazia, speriamo di poter eleggere il nostro presidente e non qualcuno paracadutato dall’esterno. Non vogliamo cibo, non vogliamo lavoro, vogliamo che Ben Ali se ne vada, lui, la sua famiglia e tutta questa gente”.

Il discorso di Ben Ali, il giorno prima, non aveva convinto.Aveva promesso di lasciare il potere nel 2014, deve farlo il giorno dopo, uscendo dalla porta di servizio, insieme alla moglie.

A nulla è servita la sua visita al giovane Mohamed Bouazizi che dandosi fuoco qualche giorno prima aveva dato il via alla rivolta.

Soprafatto dalle continue umiliazioni subite dalla polizia, il suo sacrificio fa esplodere la rabbia repressa per per il caro vita e la disoccupazione.

All’origine della primavera araba, anche questa rivoluzione ha avuto le sue vittime. Trecento tunisini sono morti, secondo l’Onu, 700 sono rimasti feriti.

Nel quartiere popolare di El Kram El Gharbi, a qualche passo dal palazzo di Cartago, ci sono stati 15 morti. In molti attendono ancora i 10 mila euro di risarcimento.

Anche i genitori di Atef Leabaoui, operaio di 23 anni. Ma chiedono innanzitutto giustizia.

Madre di Atef Lebaoui: “Un giovane del quartiere è venuto correndo e mi ha detto che Atef era stato colpito. Mi ha detto che non dovevo preccuparmi perché era stato ferito al piede; il fratello minore è andato a verificare un po’ più tardi e mi ha così portato la triste notizia. Mio figlio era stato colpito al cuore.

Chiedo giustizia per mio figlio, chiedo un risarcimento. Ma la giustizia è più importante che il risarcimento, questo viene dopo. Non mollerô finché avrò vita”.

Mohamed Boughamni, 38 anni, ferito da un proiettile ha ricevuto un risarcimento di 1500 euro, ma ne ha spesi 6000 per farsi operare. Non potendo più pagare ha smesso di curarsi.

Mohamed Boughamni:

“Senza noi, sessuno sarebbe uscito di prigione. Senza noi, chi era in esilio non sarbbe potuto rientrare. Quando sono rientrati il lavoro era già stato fatto.

Il presidente della repubblica e il premier jebali devono saperlo.

Se non ci danno i nostri diritti, ci sarà un’altra rivoluzione. La rivoluzione precedente l’abbiamo fatta con le pietre , ma questa volta ci sarà anche altro. Lo tengano presente”.