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Iraq: il timore delle rappresaglie contro i collaboratori

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Iraq: il timore delle rappresaglie contro i collaboratori

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La ritirata delle truppe statunitensi dall’Iraq ha dato il via alla rappresaglia contro coloro che hanno collaborato con gli invasori. Traduttori e interpreti rientrano in questa categoria: si sentono abbandonati dagli americani e molti iracheni li considerano soltanto come traditori venduti al nemico.

Archad è un interprete che per sette anni ha

lavorato con le truppe statunitensi. Il suo salario mensile era di 1450 dollari. Ora però non ha più un impiego.

“Ho paura – racconta a euronews – ho rischiato la mia vita collaborando con gli americani. Ora attendo

una risposta per la mia richiesta di visto d’immigrazione per gli Stati Uniti. Siamo schedati come collaboratori degli americani, sono in una situazione critica, così come la mia famiglia”.

Nel 2003 gli islamisti, ostili alla presenza statunitense in Iraq, avevano paragonato i collaboratori a dei traditori chiedendo che venissero puniti secondo la legge islamica. Un concetto

ribadito ai microfoni di euronews da Shaikh Osama Tamini, uno dei membri del movimento Assadr: “È illecito collaborare con gli invasori e le forze d’occupazione dell’Iraq e il divieto è valido anche oggi”.

Altri iracheni assicurano che molti dei traduttori che lavorarono con gli statunitensi mancavano di professionalità. Nagham Atami, per esempio, li rimprovera di non aver fatto, come avrebbero dovuto, il loro lavoro: “I traduttori non sono onesti perché quelli a cui ho chiesto di tradurre i miei insulti agli americani non l’hanno fatto”.

In Iraq il clima che si respira è pesante. La presenza

ovunque di truppe militari è la prova lampante che la sicurezza, nel Paese, resta un traguardo ancora lontano.