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Bokova, Unesco: Non perdo speranze per i fondi Usa

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Bokova, Unesco: Non perdo speranze per i fondi Usa

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L’Unesco ha accolto la Palestina come 195esimo paese membro dell’organizzazione: una decisione storica che ha contrariato Israele e gli Stati Uniti.

Washington è tra i maggiori finanziatori dell’agenzia dell’Onu per l’educazione, la scienza e la cultura. Ma in virtù di due leggi che vietano il finanziamento di organizzazioni che riconoscono lo stato palestinese, gli Stati Uniti hanno avuto buon gioco a chiudere i cordoni della borsa.

Euronews ha incontrato il direttore generale dell’Unesco, Irina Bokova, per discutere del futuro dell’organizzazione.

Irina Bokova: Le ripercussioni immediate, sotto il profilo finanziario, sono le difficoltà che abbiamo a ottenere i finanziamenti americani. Ci sono altre conseguenze, forse di tipo politico. C‘è chi ci loda e chi ci accusa. Vorrei chiarire che la questione dell’ammissione della Palestina nella nostra organizzazione era in agenda da 22 anni: non è una novità dell’ultimo momento, ma questa volta una maggioranza di 107 stati membri ha deciso di votare a favore.

Andrea Bolitho, euronews: Quali sono le implicazioni finanziarie del voto, quanto è in rosso l’Unesco?

Bokova: Gli Stati Uniti contribuiscono al nostro budget per il 22 per cento. In più, ci mettono a disposizione tra i 15 e i 20 milioni di dollari di risorse supplementari, che si aggiungono a quel 22%, cioè a circa 72 milioni di dollari. Parliamo dunque di 100 milioni di dollari all’anno in meno. Poi bisogna sottrarre i fondi israeliani per il 2012, quindi possiamo dire che è una perdita rilevante per il nostro budget. E non dimentichiamo che gli Stati Uniti non ci hanno finanziato nell’anno in corso, nel 2011. Io ho lanciato un appello al Congresso e al popolo americani. Mi auguro che il mio messaggio vada a segno e che il Congresso modifichi la legge per consentirci di ricevere i finanziamenti.

euronews: Quindi c‘è ancora speranza che alla fine l’Unesco riesca a ottenere i fondi americani?

Bokova: Lo spero.

euronews: Tra i progetti che potrebbero essere compromessi se mancheranno i fondi, ci sono quelli per il sistema giudiziario e per l’acqua in Iraq. Questi sono progetti a rischio. Ce ne sono altri nelle stesse condizioni di cui lei sia a conoscenza?

Bokova: Questi sono progetti molto importanti e va detto che la realizzazione di tutti i nostri progetti in Iraq e anche in Afghanistan rischia di essere compromessa. Può immaginare che cosa significhi fare a meno di oltre il 22% del budget. E alla perdita del prossimo anno va aggiunta quella di quest’anno, quindi avremo oltre il 30% di fondi in meno: è ovvio che ridurrà la nostra operatività sul campo.

Vorrei anche citare un’altra attività a rischio, quella della Commissione oceanografica intergovernativa, che attualmente è in prima fila nel coordinamento di tutti i sistemi di allerta contro gli tsunami. Quando il terremoto e lo tsunami hanno colpito Fukushima, in Giappone, abbiamo dato l’allarme in cinque minuti.

euronews: C‘è chi ritiene che riconoscere la Palestina sia stato un abuso di potere da parte dell’Unesco. Lei pensa che l’organizzazione abbia oltrepassato il proprio mandato nell’assumere una decisione politica come questa?

Bokova: E’ difficile dirlo, dal momento che è stata una decisione degli stati membri. Ciò che dispiace, in questo momento, sono proprio queste critiche, questa tendenza a giudicare tutto il nostro operato attraverso il prisma di una decisione politica, trascurando tutte le altre importanti attività che svolgiamo.

euronews: L’Unesco ha lanciato un’inziativa su internet per sollecitare le donazioni dei privati, ma le cose non sono andate particolarmente bene… la somma raccolta non è certo enorme.

Bokova: Non ho mai creduto che potessimo raccogliere milioni di dollari da questa campagna, ma si tratta pur sempre di un sostegno significativo da parte dei cittadini per ciò che sta facendo l’Unesco. Al tempo stesso, dobbiamo ribadire che i contributi economici da parte degli stati membri costituiscono un obbligo, un segno di rispetto per la nostra organizzazione. E credo ancora che gli Stati Uniti cambieranno la legge.

euronews: La missione centrale dell’Unesco è lottare contro la povertà, favorire l’educazione e la libertà di espressione. Come ha reagito l’organizzazione alle speranze e alle sfide innescate dalla Primavera araba?

Bokova: Abbiamo reagito con entusiasmo alla Primavera araba perché crediamo che sia legittimo aspirare a una maggiore dignità, a un maggiore rispetto dei diritti umani, a migliori condizioni di vita. Sin dal primo giorno abbiamo accompagnato alcuni di questi paesi nel loro cammino verso l’apertura, la democrazia e un diverso ordine sociale e politico.

I nostri primi progetti consistevano nell’addestrare i giornalisti tunisini a coprire le elezioni. Anche se per noi è qualcosa di ovvio, molti di loro non avevano questo tipo di esperienza. E’ importante fare ciò che abbiamo fatto anni fa in Iraq, con il sostegno degli Stati Uniti: cambiare i manuali di studio per i bambini, eliminando pregiudizi e ostilità nei confronti di altre culture, religioni, o nei confronti dell’Occidente. E’ importante fare la stessa cosa, e lo faremo anche in Libia.

Naturalmente, è essenziale proteggere il patrimonio artistico e culturale, impedire i furti e le esportazioni illegali, il traffico di beni archeologici e di opere d’arte dalla Libia, dall’Egitto e dalla Tunisia. Abbiamo una grande responsabilità.

euronews: Di recente l’Unesco ha aggiunto nuove tradizioni alla lista del suo patrimonio culturale immateriale. Ma come si protegge qualcosa di immateriale?

Bokova: E’ una domanda molto interessante. Mi lasci dire che, un tempo, il concetto di patrimonio immateriale era considerato come pertinente soltanto al contesto africano. Poi, gradualmente, anche negli altri paesi e in modo, per così dire, universale, si è riconosciuto il valore di proteggere questo patrimonio immateriale. E’ un fenomeno legato alla globalizzazione. Cercando di proteggere, di rispettare, di riconoscere l’importanza di tradizioni locali anche piccole, restituiamo a queste comunità un enorme senso di orgoglio e di auto-stima.