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Vent'anni fa crollava l'impero sovietico

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Vent'anni fa crollava l'impero sovietico

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Vent’anni fa a Leningrado, che ridivetò San Pietroburgo, si issava la bandiera russa e quella rossa veniva calata. Per sempre.

A suggellare la fine dell’Urss anche questo gesto liberatorio, che solo qualche giorno prima sarebbe costato il carcere a quest’uomo.

Era l’8 dicembre 1991 quando, riuniti nella riserva naturale bielorussa di Belovezhskaia Pusha, il presidente russo Boris Eltsin e i leader ucraino Leonid Kravchuk e bielorusso Stanislav Shushkevich “constatarono” che non c’erano più le condizioni per tenere assieme le 15 repubbliche federate e firmarono l’atto di morte dell’Unione sovietica.

Gli accordi di Beloveshkaya Pusha sancirono la dissoluzione dell’impero comunista e la nascita della Comunità degli Stati Indipendenti cui entrarono a far parte 11 dell’ex repubbliche sovietiche.

A aprire la breccia che causò la valanga fu Mickhail Gorbaciov, che diventato primo presidente dell’Uniove Sovietica nel 1985, diede il via a un piano di ristrutturazione economica e a tutta una serie di riforme.

Tra i giovani suoi consiglieri anche Boris Eltsin, cui Gorbaciov affidò la direzione del partito comunista di Mosca.

Il temperamento d’azione di Eltsin si scontrò con quello più pacato e riflessivo di Gorbaciov. Anche se inizialmente i due avevano lo stesso obiettivo, inevitabile fu la rottura che arrivò nel 1987, quando Eltsin criticò Gorbaciov apertamente di fronte alla direzione del partito.

Allontanato da quest’ultima, Eltsin riuscì a restare a galla. Nel giugno del 1991 fu eletto a suffragio universale diretto primo presidente della Russia sovietica.

Ma la sua ascesa non era finita, a servirgli su un piatto d’argento un’occasione storica il goffo piano di golpe dell’agosto del 1991 orchestrato dalla vecchia guardia comunista.

Fu lui, Eltsin, che, salito sopra questo carroarmato, spinse la folla contro i golpisti. L’esercito che aveva l’ordine di sparargli, si schierò dalla parte del popolo.

Fu grazie al suo nemico, che Gorbaciov, in vacanza in Crimea, poté tornare a Mosca, anche se solo per dimettersi.

Le dimissioni arrivarono qualche mese dopo, esattamente il 25 dicembre, alle nove di sera.

20 anni dopo Gorbaciov si prende la sua rivincita sulla storia:

Gorbaciov:

“Non abbiamo una vera democrazia e non l’avremo fino a quando il governo avrà paura dei propri cittadini, paura di parlare apertamente, di difendere i propri porgetti e le proprie idee”.

Oggi a rieusumare le ceneri del Comunismo in Russia, non tanto i nostalgici, ma coloro che votando comunista alle legislative di domenica hanno voluto dare un voto di protesta contro la politica di Putin.