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Siria: le pressioni diplomatiche non fermano la repressione

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Siria: le pressioni diplomatiche non fermano la repressione

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In Siria, le immagini parlano ancora una volta di violenze continue.

Nelle ultime ore, gli attivisti hanno denunciato altre decine di vittime che vanno ad allungare la lista dei morti di questa rivolta, più di 3500 da marzo secondo l’Onu.

Sembra inascoltato da Damasco, almeno per ora, l’ultimatum della Lega araba per la fine della repressione entro sabato. Nessuna risposta ufficiale, anche se voci sempre più insistenti dicono Bashar al-Assad pronto ad accettare l’invio di osservatori internazionali.

E mentre Mosca è contraria a interventi stranieri ed evoca la guerra civile, l’Unione europea punta ancora sulle pressioni diplomatiche. Ma

l’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Catherine Ashton, auspica senza mezzi termini un cambio ai vertici nei giorni a venire e l’uscita di scena di Bashar al-Assad.

Fermare il massacro. Questo l’appello della Turchia, che ha optato per sanzioni petrolifere contro l’ex alleato.

“La Siria non può attirare l’attenzione quanto la Libia”, ha commentato il primo ministro turco, Recep Tayyip Erdogan, “perché non ha abbastanza petrolio. Ma voglio sottolineare che le vittime in Siria sono persone come quelle uccise in Libia”.

Oggi, l’opposizione chiama la piazza a mobilitarsi ancora. Una protesta che sfida la repressione in uno sfondo però mutato dall’entrata in scena dei militari dissidenti, organizzati nel Libero esercito siriano.