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"Lo scambio di terra può essere un rischio"

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"Lo scambio di terra può essere un rischio"

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Con il riconoscimento dello stato palestinese alle Nazioni unite il problema che si pone è quello delle frontiere con Israele.

Problema di non semplice soluzione perché anche il più misero centimetro quadrato di queste terre è difeso da palestinesi e israeliani con i denti.

Khalil Tafakji, direttore de la Maison d’Orient, a Gerusalemme, istituto che controlla l’espansione delle colonie d’Israele, l’uso della terra e delle fonti d’acqua a Gerusalemme e in Cisgiordania.

“Con un semplice colpo d’occhio alla carta, constatiamo che Israele ha diviso il territorio in tre parti. La parte nord, quella centrale e quella meridionale. Di modo che se un palestinese vuole attraversare le tre parti, per forza di cose si trova di fronte a un check point israeliano. Altrimenti deve attarversare usando i tunnel scavati segretamente.

Come ad esempio in città come Gerusalemme Qalqilia, Tulkarme, Ramallah e le periferie rispettive”.

Dal 1967 Israele ha costruito senza interruzione 130 colonie in Cisgiordania; il numero dei coloni è passato da 4000 a oltre 100 mila.

Khalil Tafakji:

“Far traslocare mezzo milione di coloni che abitano in oltre 100 mila abitazioni mi sembra difficile; Israele ci ha messo di fronte al fatto compiuto e spetta adesso ai palestinesi trovare una soluzione”.

La soluzione possibile trovata dai palestinesi è lo scambio di terra:

Khalil Tafakji:

“Ma questo può comportare l’espulsione dei palestinesi che vivono in Israele verso i territori in cambio delle terre migliori, per accappararsi le riserve e le fonti d’acqua”.

La coabitazione si annuncia difficile e problematica anche a livello religioso.