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Iniezione letale a Davis. La difesa: condannato perché nero

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Iniezione letale a Davis. La difesa: condannato perché nero

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Troy Davis non ce l’ha fatta. Alle 23.08 in Georgia un’iniezione letale ha messo fine alla sua vita nel penitenziario di Jackson.

Diventato un simbolo della lotta contro la pena capitale, ha passato vent’anni nel braccio della morte per l’omicidio di un poliziotto nel 1989.

L’arma del delitto non è stata trovata, sette dei nove testimoni hanno ritrattato e alcuni hanno parlato di pressioni subite dalla polizia.

Fino all’ultimo Davis ha proclamato la sua innocenza.

“Ha detto che non era colpevole per ciò che era successo quella notte, che non aveva una pistola. Ha detto alla famiglia della vittima che era addolorato per la loro perdita, ma anche che non aveva preso il loro figlio, padre o fratello. Ha detto di andare a fondo della vicenda, per scoprire la verità”, racconta il cronista Jon Lewis che ha assistito all’esecuzione.

Quasi un milione di persone avevano firmato per impedire al boia di agire. Si sono mossi il Vaticano, il Consiglio d’Europa, la Francia.

Ma la Corte Suprema, dopo più di quattro ore, ha respinto anche l’ultimo disperato ricorso.

Secondo la difesa Davis ha pagato la colpa di essere un nero, punito per la morte di un poliziotto bianco.