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"Cambiare mentalità contro la fame nel mondo"

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"Cambiare mentalità contro la fame nel mondo"

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Adrian Lancashire, euronews:

-Per parlare della fame nel mondo è con noi Matthias Schmale, che ha lavorato per la Federazione internazionale della Croce Rossa e della mezza luna rossa.

L’anno scorso 19 paesi hanno registrato una crisi alimetare decennale, 20 anni fa il numero era di 5 Paesi. Questo dramma silenzioso si aggrava. È dovuto alla globalizzazione o al cambiamento climatico?

Matthias Schmale, International Federation of the Red Cross:

“Si tratta di una serie di fattori, quello più importante è l’aumento dei prezzi inatteso.

Nel mondo c‘è abbastanza cibo per nutrire tutti, non si tratta quindi di mancanza o di produzione alimentare carente.

La difficoltà è raggiungere queste popolazioni. Il problema in questi 19 paesi è che la gente che vive nelle aree rurali non è in grado di comprare gli alimenti di base per via dei prezzi, per l’aumento esagerato dei prezzi cui abbiamo assistito negli ultimi due, tre anni”.

-Distribuzione e trasporto sembrano dunque essere fondamentali?

“Sono elementi chiave, ma a fine giornata, ciò che è importante è l’accesso al cibo e la possibilità di comprarlo.

Un esempio molto eloquente per me è il ricordo di qualche anno fa quando ero in Etiopia, viaggiavo in un’area deserta , mi offrirono da bere e sapete cosa mi offrirono della pepsi.

Quello che voglio dire è che logistica e distribuzione non è un problema, si possono trovare beni di lusso anche negli angoli più remoti del mondo, il problema è come rendere disponibile il cibo e farlo arrivare lì dove manca”.

-Salvare vite umane, cambiare modo di pensare, è la missione della Croce Rossa, come concretizzarla?

“La comunità internazionale e i governi hanno distolto la propria attenzione dagli investimenti in agricoltura in particolare dall’agricoltura in piccola scala. È qui che c‘è bisogno di un cambiamento nel modo di pensare”.

-Più nei paesi donatori o in quelli che ricevono?

“Per i primi, abbiamo ancora molti paesi donatori, si distingue il loro aiuto in umanitario e di sviluppo.

È chiaro che se vogliamo evitare altre carestie con i drammatici effetti che abbiamo visto nel Corno d’Africa, dobbiamo investire in un processo di sviluppo più lungo.

Cosa che richiede ai paesi donatori di essere più flessibili e di non rispondere unicamente alle crisi puntuali ma di investire per prevenire e eventualmente rendere l’impatto di una crisi meno forte.

Dall’altra parte, i governi devono distribuire , nei propri paesi, cibo e materiale di prima necessità ma anche servizi e sostegno ai più bisognosi.

Questo significa creare le condizioni per l’agricoltura ma organizzare anche una rete di sicurezza sociale per aiutare le persone più a rischio”.