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Tribù divise da sempre, unite da un nemico comune

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Tribù divise da sempre, unite da un nemico comune

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Il 12 aprile, in una dichiarazione firmata a Bengasi da 61 tribù libiche, si afferma la volontà di costruire una Libia unita una volta cacciato il dittatore Gheddafi.

L’assassinio, alla fine di luglio del Capo di Stato maggiore delle forze ribelli, Abdel Fattah Yunis, è bastato a mandare in frantumi la fragile unità.

La morte dell’ex ministro dell’Interno di Gheddafi resta ancora avvolta nel mistero, mentre la tribù degli Obeidi, cui Yunis apparteneva, minaccia di volersi fare giustizia da sola.

Alle rivalità tribali, si aggiungono quelle geografiche.

È a Bengasi, storico centro della resistenza anti-Gheddafi, che sono scoppiati, il 15 febbraio scorso, i primi tumulti di protesta contro il dittatore.

È qui che la resistenza si è organizzata politicamente creando il Consiglio Nazionale di Transizione, riconosciuto da una trentina di Paesi come unico interlocutore politico in Libia.

Ma la presa di Tripoli è giunta per mano dei soldati della città di Zintan, i berberi scesi dalle montagne di Nefoussa, al confine con la Tunisia, combattenti diversi da quelli di Bengasi, duri, organizzati, disciplinati.

Non hanno nessun rappresentante in seno al Consiglio Nazionale di Transizione.

Dopo l’assassinio di Yunis, sono esplose le contraddizioni e gli scontri armati fra fazioni rivali.

Il Consiglio transitorio sta cercando con grande difficoltà di unificare le forze ribelli ponendole sotto un comando unificato. Almeno 32 delle 40 “brigate”, nate autonomamente dalla lotta contro Gheddafi, avrebbero accettato di passare sotto il controllo di Bengasi. Il pericolo maggiore è rappresentato dalle unità islamiche più radicali. Negli ultimi mesi sono stati chiusi in Cirenaica diversi campi di addestramento “indipendenti”, per evitare una deriva afghana o somala.