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Dopo Gheddafi: trovare la forza per superare le differenze

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Dopo Gheddafi: trovare la forza per superare le differenze

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Non c‘è niente in grado di mettere insieme le forze più inconciliabili come un comune nemico.

I ribelli libici, che hanno combattuto il regime di Gheddafi, erano un’armata brancaleone.

Le loro file si sono ingrossate quando l’intervento della Nato è sembrato garantire una vittoria veloce e sicura.

I dissidenti dell’ultimora dimostrano che comunque quest’esito è stato incerto fino alla fine.

Meno di un mese fa l’assissinio, in circostanze che hanno sollevato più di un interrogativo, di Abdul Fatah Younis, capo di stato maggiore delle forze armate del Consiglio Nazionale di Transizione, sembrava lasciare preludere a un ritorno al passato poco incoraggiante per i ribelli e le forze Occidentali che avevano riconosciuto il Consiglio di Transizione come unico interlocutore in Libia.

Il leader del Consiglio Nazionale di Transizione, Mustafa Abdul Jalil, si è affrettato a fare un giro delle capitali europee dando rassicurazioni sulla tenuta del Consiglio.

È un fatto comunque che dopo la morte del generale, Jalil abbia mandato a casa l’esecutivo e non ne abbia formato uno nuovo.

Per i suoi detrattori è la prova che Jalil non abbia l’autorità di parlare per tutti i libici.

Sulla carta il piano di ricostruzione per la Libia di Jalil e del Consiglio Nazionale di Transizione è impeccabile.

Ma la prima cosa da fare nella Libia del dopo-Gheddafi è unire le fazioni degli insorti.