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Norvegia: la difesa dello stragista gioca la carta della "follia"

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Norvegia: la difesa dello stragista gioca la carta della "follia"

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Una strage frutto di un folle. Criminale certo ma folle. Con tutte le attenuanti che questo potrebbe comportare.

E’ questa la strategia che intende adottare Geir Lippestad l’avvocato difensore di Anders Behrig Breivik che sicuro afferma:

“Tutto indica che il suo è un caso psichiatrico”

Il dibattito sulla strage norvegese si arricchisce cosi di un nuovo capitolo. Per gli psichiatri la meticolosa premeditazione della strage e il modus operandi del serial killer giustiziere escludono che si possa confinare Breivik nella casella “malattia mentale”. Le premesse stesse sarebbero sbagliate.

“Pensate forse che la maggior parte dei criminali nazisti o quelli che organizzano in modo militare la pulizia etnica siano tutti malati mentali? No di certo. Sono persone che, per i motivi piu’ diversi, preparano e organizzano stragi. Quest’uomo è uno dei serial killer piu’ organizzati che abbiamo conosciuto. La malattia mentale onestamente c’entra poco con questo caso. Non è plausibile e non ha senso parlarne” assicura il criminologo francese Laurence Montet.

Anders Behring Breivik aveva riempito con i suoi proclami antislamici e ostili al multiculturalismo centinaia di pagine. Le sue ossessioni, le sua fobie erano il motore di una metodica pianificazione e di una personalità certamente disturbata e paranoica. Solitario ma non cosi tanto da non aver avuto in passato contatti con gruppi dell’estrema destra razzista.

C‘è chi ora ricorda l’attentato di Okhlaoma City, chi evoca Unabomber. Il terrorista del 2011 non ha piu’ la barba di Osama Bin Laden ma puo’ essere biondo, ariano e magari essere titolare di una società agricola in cui preparare esplosivi mescolando prodotti chimici.

Come i killer adolescenti del campus statunitense di Columbine Anders Behring Breivik amava le armi. Una passione che esaltava il suo narcisismo. Le foto in posa con giubbetti antiproiettili, guanti e accessori bellici d’ultima generazione ne sono la rappresentazione plastica.

Il profilo Facebook era la finestra sul mondo. L’isola di Utoya il suo terreno di caccia. Il “covo” dei giovani diversi da lui, progressisti, alcuni addirittura figli di immigrati.

Nemico era anche il governo laburista, obiettivo delle bombe di Oslo, sospettato di tramare per svendere il paese a culture e interessi ostili a una Norvegia mitizzata che ogi è una Norvegia sotto choc che si interroga, piange e prova a capire. Ma non vuole sacrificare nessuno dei principi democratici su cui ha fondato il suo modello di convivenza