ULTIM'ORA

ULTIM'ORA

Khmer rossi rispondono alla giustizia del genocidio di 2 milioni di persone

Lettura in corso:

Khmer rossi rispondono alla giustizia del genocidio di 2 milioni di persone

Dimensioni di testo Aa Aa

Nuon Chea, braccio destro di Pol Pot e numero due del partito, responsabile della politica interna, inclusi i centri di detenzione e rieducazione.

Kieuh Samphan, Presidente della Kampuchea democratica – questo il nome della Cambogia sotto il regime dei khmer rossi. Ieng Sary, Ministro degli Esteri e sua moglie Ieng Thirith, Ministro a sua volta, responsabile degli Affari sociali.

Sono i quattro leader ancora vivi, dopo la morte di Pol Pot nel 1998: gli unici che potrebbero rispondere dei crimini di guerra e contro l’umanità per l’uccisione di 2 milioni di persone, il 20% della popolazione dell’epoca.

Da trent’anni i cambogiani aspettano questo momento, e le attese verso il processo non sono solo per una condanna che consegni dei responsabili alla storia: si chiede anche di far luce sui tanti avvenimenti che non sono mai stati chiariti.

Nell’aprile del 1975, dopo anni di guerra civile, le truppe guidate da Pol Pot entrano nella capitale, Phnom Penh. Il gruppo comunista di ispirazione maoista, salutato inizialmente come liberatore della popolazione, mette in piedi una dittatura sanguinaria volta a creare una società senza classi sociali, liberata dall’influenza capitalista, dalle logiche imperialiste e dalla religione.

Nel nome della rieducazione al lavoro manuale, decine di migliaia di cittadini vengono inviati di forza nelle campagne, dove muoiono di fame. Moltissimi finiscono in questa prigione, il campo S-21, ufficialmente per opposizione al regime, di fatto senza alcuna ragione plausibile.

In 15mila tra uomini, donne e bambini vengono detenuti, sottoposti alle torture più atroci e uccisi. Quando l’esercito vietnamita entra nel Paese per liberarlo dalla dittatura, nel 1979, in questo carcere troverà solo 7 sopravvissuti, tra cui 4 bambini, nascosti dietro una pila di biancheria.

L’anno scorso il responsabile della struttura, Duch, è stato condannato a 35 anni di carcere. I quattro anziani leader che oggi sono al banco degli accusati, se non saranno sorpresi prima da morte naturale, rischiano l’ergastolo.

Per la prima volta, un tribunale internazionale ha permesso alle vittime e ai loro familiari di costituirsi parte civile: in 4mila prenderanno parte al processo.