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Germania: quale alternativa al nucleare?

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Germania: quale alternativa al nucleare?

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Il 26 aprile del 1986, l’incidente nella centrale sovietica di Chernobyl fa sprofondare l’Europa nell’angoscia del nucleare. Insieme alla nube radiottiva, si propaga nel Vecchio continente l’avversione a questa fonte di energia, già contestata in molti Paesi, Germania in testa.

Il movimento tedesco anti-atomo, infatti, è già attivo e ben organizzato fin dal ’73, quando il cavallo di battaglia è soprattutto l’armamento nucleare, mentre più tardi, negli anni Novanta, a essere messa in discussione è la sicurezza dello smaltimento delle scorie. Proteste costanti nella storia del Paese, fino alla più recente decisione della Cancelliera Merkel, a fine 2010, di prolungare per altri 12 anni la durata legale per lo sfruttamento dei 17 reattori: una presa di posizione che infiamma nuovamente gli animi anti-atomo.

Nonostante l’opposizione dell’opinione pubblica, il governo Merkel va avanti per la sua strada. Fino alla catastrofe di Fukushima, che scuote nuovamente il Paese e il mondo intero, riaprendo il dibattito. La Germania è tra i primi Paesi europei ad annunciare uno stop temporaneo delle 8 centrali più vecchie,

lanciando una riflessione sull’abbandono del nucleare civile: 17 siti che, da soli, provvedono a quasi un quarto del fabbisogno del Paese. La seconda fonte di energia dopo il carbone, che rappresenta il 43% della produzione, contro un 18% di rinnovabili e un 14% di gas.

Per colmare il venir meno delle scorte nucleari, a fronte della chiusura completa dei propri reattori entro il 2022, è alle energie pulite che la Germania intende rivolgersi. Il governo ha l’ambizione di raddoppiare la quota prodotta dalle alternative e portarla al 35% del totale,

mirando in primis all’eolico, che domina oggi il mercato delle rinnovabili, con una quota del 6% sul totale.

E’ improbabile che la riconversione non coinvolga anche i combustibili fossili. L’idea di aumentare il numero delle centrali a carbone, però, si scontra con gli obiettivi ambientali, in primis la riduzione del 40% delle emissioni di CO2 entro il 2020, nonostante i produttori lavorino costantemente a migliorare le tecnologie per rendere questa energia meno inquinante.

La decisione di voltare le spalle al nucleare rischia anche di aumentare la dipendenza energetica dai Paesi produttori. E’ il caso soprattutto del gas, che la Germania non produce ma importa, soprattutto dalla Russia.

Per prudenza, la coalizione di governo ha scelto di tenere in stand by una delle centrali nucleari, che sia pronta per l’uso nel caso il cocktail energetico di rinnovabili e carbone non fosse sufficiente a soddisfare le richieste nei mesi invernali.

La decisione passerà ora il vaglio del Parlamento e ci si aspetta una forte contestazione da parte delle compagnie che gestiscono le centrali nucleari. E se le alternative del futuro non sono ancora così chiare, una cosa è certa: abbandonare il nucleare avrà un costo enorme per Berlino, stimato intorno ai 40 miliardi di euro.