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Ombre e dubbi sull'attentato: la Bielorussia di Lukashenko

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Ombre e dubbi sull'attentato: la Bielorussia di Lukashenko

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Le certezze dal governo bielorusso non mettono a tacere i dubbi sull’attentato di lunedì alla metropolitana di Minsk. Mentre le prime misure contro i leader dell’opposizione sembrano suffragare l’ipotesi di una strategia della tensione, i vertici dello Stato affermano di aver scritto la parola fine con l’arresto dei responsabili.

Una pietra tombale su interrogativi potenzialmente scomodi, che il presidente Alexandre Lukashenko ha tentato di deporre a poche ore dai fiori con cui aveva omaggiato le vittime e promesso la caccia ai “bastardi” responsabili dell’attentato.

Una retorica maschia che accompagna il pugno di ferro, con cui dal 1994 questo ex uomo della nomenklatura sovietica guida ininterrottamente il Paese, a scapito di sempre più ridotte prerogative parlamentari.

Cresciuto nei ranghi del KGB e definito da Washington “ultimo dittatore d’Europa”, Lukashenko si impegna dalla sua prima elezione in complessi equilibrismi diplomatici per assicurarsi il sostegno del potente vicino russo. Una politica, che fra alti e bassi sembra infine pagare anche in occasione delle ultime elezioni presidenziali del dicembre 2010.

La conferma di Lukashenko è ufficialmente quasi plebiscitaria, ma mentre l’Occidente insorge, Mosca giudica la questione di esclusiva competenza bielorussa e l’Ocse paga con la chiusura dei propri uffici a Minsk le riserve che aveva avanzato sulla regolarità del voto.

Dopo gli elogi del regime nazista che gli erano valsi le prime pagine nel 1995 e il paragone dell’Unione Europea a uno zoo tre anni dopo, per Lukashenko si tratta tuttavia dell’ennesima occasione per riguadagnare lustro agli occhi della comunità internazionale ed emanciparsi dall’isolamento a cui l’ha condotto il suo autoritarismo populista.

Alla possibilità del dialogo, il padre-padrone della Bielorussia risponde però con una dura repressione. Ondate di arresti che non risparmiano sette candidati alle stesse presidenziali confermano una ormai consolidata tradizione di guerra aperta ad ogni forma di opposizione.

La condanna di Bruxelles è immediata. Nuove sanzioni imposte a Minsk e patente di persona non grata non bastano però a indurre Lukashenko a un cambiamento di rotta. Ostentazione di un’inflessibilità, che in buona parte affonda le radici nella consapevolezza dell’irrinunciabile ruolo strategico del suo paese, sulla via del gas di Mosca per l’Europa.