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I più gravi incidenti nucleari prima di Fukushima

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I più gravi incidenti nucleari prima di Fukushima

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L’emergenza nucleare, in Giappone, comincia l’undici marzo, quando un’onda anomala investe la centrale di Fukushima, danneggiando il sistema di raffreddamento. L’incidente è inizialmente classificato al livello quattro, con conseguenze locali. Ma l’incapacità della Tepco di raffreddare i reattori costringe a riconsiderare la gravità dell’accaduto: il livello è innalzato a cinque e martedì scorso a sette, lo stesso del disastro di Chernobyl del 1986.

La scala internazionale INES che misura la gravità degli eventi nucleari e radiologici è composta da sette livelli, oguno dei quali è considerato dieci volte più grave di quello che lo precede. La scala misura solamente gli eventi accaduti in installazioni per uso civile.

Fino a martedì scorso, l’incidente di Chernobyl svettava da solo sul gradino più alto della scala. L’esplosione del reattore numero quattro della centrale sovietica aveva proiettato nell’ambiente 200 tonnellate di materiale radioattivo e ucciso trentun persone. 135mila erano state evacuate, e la nube radioattiva aveva raggiunto l’Europa.

L’incidente alla centrale americana di Three Mile Island, nel 1979, era di livello cinque: conseguenze di ampio raggio. La parziale fusione del nocciolo aveva dato origine a una nube radioattiva di 30 chilometri quadrati, senza tuttavia provocare vittime. Per trent’anni rimase in vigore una moratoria sulla costruzione di nuove centrali negli Stati Uniti.

Nel 1987, altro livello cinque, ma questa volta con quattro morti e 240 feriti, a Goiania, in Brasile. L’incidente è avvenuto in un apparecchio per le radioterapie.

Incidente di livello quattro, con conseguenze locali: è il caso di Tokaimura, in Giappone, nel 1999. Una fuga di uranio da una centrale nucleare uccide due impiegati e contamina 438 persone.

Un evento di livello tre è avvenuto a Fleurus, in Belgio, il 23 agosto 2008. Una fuga di iodio radioattivo da un laboratorio medico costringe le autorità a sconsigliare il consumo di frutta e verdura prodotti localmente.