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Una settimana fa il terremoto. Il Giappone ai primi bilanci

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Una settimana fa il terremoto. Il Giappone ai primi bilanci

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Una settimana fa il terremoto che ha messo in ginocchio il Giappone. Il settimo più forte tra quelli mai registrati al mondo, il primo nella storia del paese. L’epicentro è nelle acque del Pacifico, a un centinaio di chilometri dalla prefettura settentrionale di Myagi. La scossa, di magnitudo 9, provoca uno tsunami che rade al suolo interi villaggi. Il mare penetra fino a cinque chilometri nell’entroterra e manda in tilt i sistemi di raffreddamento della centrale nucleare di Fukushima Daiichi.

14:46 locali. All’ora esatta in cui la terra ha tremato, il Giappone si è oggi fermato. Un minuto di silenzio per ricordare le vittime di una catastrofe, il cui bilancio continua a crescere di giorno in giorno.

Amara certezza, pare al momento quella di aver superato il triste primato del terremoto di Kobe del 1995. Le autorità parlano di oltre 6.000 morti e almeno 10.000 dispersi, ma la realtà sul terreno fa temere che si tratti di stime molto ottimistiche. Il premier Naoto Kan non ha esitato a definirla “più grave crisi dalla Seconda Guerra mondiale”.

Pari a centinaia di miliardi di euro le possibili ricadute sull’economia. In ginocchio è però soprattutto il nord-est del Paese. L’esodo degli abitanti in fuga da macerie e minaccia nucleare alimenta anche l’allarme umanitario. Neve e clima rigido rallentano i soccorsi e a pagare sono soprattutto vecchi e bambini.

A una settimana dalla prima grande scossa, le speranze dei soccorritori sono ormai poco più che teoriche. Madri e figli, fratelli e sorelle: ogni giorno, si ripete in compenso la cerimonia degli abbracci e dei ritrovamenti. Quest’uomo ancora non è riuscito a rintracciare i suoi cari.

“Sono tornato sui luoghi dove sorgeva la nostra casa – dice – ma non c’era più. La famiglia è stata sparpagliata, ma i bambini pare siano sopravvissuti

Spettrale il paesaggio che la catastrofe si è lasciata alle spalle. Numerose città del nord-est sono state completamente abbandonate. I più fortunati hanno lasciato il paese. Altri hanno imboccato la via del sud, senza altra meta se non quella di ricominciare altrove tutto da capo.