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Kamikaze contro le radiazioni. Gli eroi di Fukushima

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Kamikaze contro le radiazioni. Gli eroi di Fukushima

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I giapponesi li chiamano Tokkotai, come le unità di kamikaze della Seconda guerra mondiale. Il resto del mondo parla di loro come eroi: uomini che si stanno probabilmente condannando a morte, per salvare il Giappone dalla catastrofe nucleare.

Mentre la Spagna suggeriva ai propri cittadini di allontanarsi di almeno 120 chilometri da Fukushima e la stessa Tepco richiamava il proprio personale, le loro file continuavano invece a ingrossarsi.

Con l’arrivo di circa 20 nuove unità, sono ormai una settantina. Pompieri, soldati e tecnici che il gergo ha battezzato “liquidatori”: personale incaricato di “spegnere” la minaccia nucleare, pompando sui reattori acqua di mare e acido borico.

Tra loro anche un uomo di 59 anni, a diciotto mesi dalla pensione. Come gli altri, si espone all’elevatissimo rischio della cosiddetta “sindrome da radiazioni acuta”.

L’intensità di radiazioni rilevata a Fukushima si attesterebbe ora intorno a 400 milisievert all’ora. La soglia di tolleranza considerata normale per la popolazione è pari a 20, quella a cui possono esporsi i liquidatori a 1000. Un livello a partire dal quale le radiazioni attaccano irrimediabilmente cellule e sistema immunitario.

Marc Faugaeas fa parte delle unità di crisi, pronte a intervenire in tutte le centrali francesi, in caso di incidente. Si tratta di una missione pericolosa ma lui minimizza, parlando di rischi del mestiere. “Fa parte del mio lavoro – dice -, della mia responsabilità. E’ un rischio da mettere in conto e ne siamo tutti al corrente”.

Una consapevolezza che 25 anni fa mancava a Cernobil. Circa 100.000 soltanto nel primo mese, gli uomini allora mandati allo sbaraglio nel tentativo di limitare i danni. Spesso protetti soltanto da una mascherina, con il loro sacrificio hanno evitato che la catastrofe assumesse dimensioni ancora maggiori.

“Il generale – racconta oggi uno di loro – venne e ci disse: ‘Se può servire a salvarne 200 milioni, sono pronto a lasciare che 2.000 persone vengano contaminate’. E così ci hanno inviati a ripulire il reattore dagli scarti. Oggi, appena la metà dei membri della mia squadra sono ancora vivi”.

Un bilancio che pesa come un macigno sull’incerto futuro dei nuovi “liquidatori”. Uomini certo meglio equipaggiati di allora, che dietro alle loro maschere, nascondono il volto eroico di un Giappone, pronto a tutto pur di non lasciarsi piegare.