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Il grido della rivolta, dal Maghreb al Golfo Persico

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Il grido della rivolta, dal Maghreb al Golfo Persico

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È come se d’improvviso si fossero svegliati, come se avessero trovato la forza di gridare dopo decenni di silenzio forzato, di proteste soffocate sul nascere. Stavolta non si sono lasciati imbavagliare, hanno detto chiaro e forte ai loro leader “il gioco è finito”. E finalmente anche l’Occidente li ha sentiti gridare.

Dal Maghreb al Golfo Persico, passando per il Medio Oriente, è un contagio di rivoluzioni, un effetto domino seguito alla caduta della prima tessera…

La Tunisia, retta per 23 anni da

Zine El-Abidine Ben Ali. Un paese di dieci milioni di abitanti, il 42 per cento dei quali hanno meno di 25 anni. Tasso di disoccupazione: 13,3 per cento.

Il 14 gennaio hanno celebrato la vittoria contro il regime: Ben Ali ha lasciato il paese. Determinante, l’esercito, che si è rifiutato di sparare sulla folla.

Una donna gridava quel giorno ai nostri microfoni: “Un messaggio a tutti i popoli del mondo: non abbiate paura dei dittatori! Non abbiate paura dei dittatori!”.

E il messaggio è passato in Egitto, dove il “faraone” Mubarak governava da tre decenni. Quasi 85 milioni di abitanti, più della metà i giovani. Disoccupazione al nove per cento.

I manifestanti hanno tenuto duro per 18 giorni: hanno resistito alle cariche dei pro-Mubarak, hanno sfidato il coprifuoco, anche qui con la complicità di un esercito che non ha fatto nulla per imporlo. E l’11 febbraio hanno festeggiato tutta notte: il “Faraone” era caduto.

Abbastanza per risvegliare l’Algeria, l’altro grande paese arabo, con 35 milioni e mezzo di abitanti, la metà dei quali giovani. Tasso di disoccupazione: 10,3 per cento.

Anche ad Algeri hanno cominciato a osare, nonostante la paura e i blocchi della polizia.

Hanno chiesto a Bouteflika di andarsene. Ecco quello che vogliono sopra ogni cosa: “Vogliamo un’Algeria libera, un’Algeria democratica… ecco perché siamo qui oggi”.

Parole che echeggiano anche in Libia, retta col pugno di ferro dal 1969 da Muhammar Gheddafi. Sei milioni e mezzo gli abitanti, la metà sotto i 25 anni, tasso di disoccupazione… non pervenuto.

A nulla è servito lo stretto controllo dei media. Per far circolare le immagini è bastato internet. I manifestanti chiedono che sia liberato un militante dei diritti umani.

La Giordania, dove Abdullah II regna dal 1999, fa sei milioni e mezzo di abitanti, i giovani sono più della metà. La disoccupazione, ufficialmente, è al 12,3 per cento.

La Giordania è il parente povero delle ricche petromonarchie del Golfo. Qui è il carovita ad aver spinto la popolazione in piazza, ma anche la volontà di riforme democratiche.

E poi c‘è lo Yemen, dove dal 1978 governa incontrastato Ali Abdallah Saleh. 24 milioni d’abitanti e mezzo, più del 65 per cento i giovani. Tasso di disoccupazione ignoto.

Chiedono che il presidente tolga il disturbo, non è bastata la promessa di andarsene a fine mandato, nel 2013.

Nel Bahrain è ai comandi dal 1999 il re Hamad Al Khalifa. Gli abitanti sono poco più di un milione, giovani in gran parte. Anche qui non si conosce il tasso di disoccupazione.

E anche qui, nel cuore del Golfo Persico, sono arrivate le scintille della rivolta popolare accesa da egiziani e tunisini, che ha infiammato gli animi.

E poi è andata oltre, raggiungendo l’Iran di Ahmadinejad, al potere dal 2005. Un paese di 75 milioni di abitanti, il 65 per cento giovani, dove la disoccupazione supera il 14 per cento.

La piazza anche qui torna a gridare, dopo essere stata zittita, con la violenza, due anni fa, e poi di nuovo l’anno scorso.