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Petrolio, Iran e religione: la polveriera Bahrein

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Petrolio, Iran e religione: la polveriera Bahrein

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La scintilla della discriminazione riporta l’attenzione sulla “polveriera Bahrein”. Groviglio di tensioni religiose e politiche, a cui vicinanza a Iran e petrolio saudita conferiscono valore strategico nello scacchiere del Golfo Persico. Maggioritaria nel paese, la componente sciita denuncia da anni la marginalizzazione da parte della minoranza sunnita al potere.
 
Una commissione interconfessionale che metta mano alla Costituzione, la rivendicazione che affianca le richieste di vera libertà di espressione, liberazione dei prigionieri politici, apertura di un’inchiesta sui presunti casi di tortura e sistema giudiziario indipendente.
 
Elezioni parlamentari e nuova costituzione promulgata dal sovrano Hamad bin Isa Al Khalifa nel duemiladue si sarebbero risolti secondo i critici in una semplice operazione di maquillage politico.
 
Uno stallo in apparenza confermato dalle elezioni dell’ottobre 2010. Nonostante l’ampia rappresentanza ottenuta in Parlamento, l’opposizione sciita continua a denunciare sclerosi istituzionale e strapotere della monarchia.
 
“Finora al popolo non è stata fatta alcuna vera concessione. In otto anni non si è fatto che qualche piccolo passo avanti. Il fatto è che da solo, il Parlamento può fare ben poco. Ma non ci arrendiamo e continuiamo a spingere per il vero cambiamento”.
 
Principale nodo su cui si concentrano le critiche al sistema politico è il veto che la Camera alta nominata dal re, può opporre alle risoluzioni del Parlamento.
 
Uno strumento finora indispensabile alla monarchia, per gestire le delicate relazioni con Washigton e vicini del Golfo Persico. Piccolo produttore di gas e petrolio al di fuori dell’Opec, il Bahrein gode infatti di una collocazione strategica.
 
A un passo dai giacimenti di greggio dell’Arabia Saudita, il governo di Manama è stato inoltre indotto dal suo crescente fabbisogno energetico a intavolare trattative commerciali anche col vicino Iran.
 
“Relazioni pericolose” agli occhi della Casa Bianca, che conferiscono un valore aggiunto alla presenza sul territorio della Quinta Flotta statunitense. Non più soltanto ufficioso guardiano del prezioso petrolio saudita, ma anche della temuta influenza degli sciiti iraniani.