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Egitto: cronologia di una rivoluzione

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Egitto: cronologia di una rivoluzione

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“Siamo tutti Khaled Said”. Nel nome di questo giovane ucciso lo scorso giugno dalla polizia di Alessandria ci sono stati i primi fermenti di protesta, dapprima solo sul web.
 
Ma la rivolta tunisina fa da catalizzatore. Il 17 gennaio, tre giorni dopo la fuga di Ben Ali, un uomo si dà fuoco e non sarà il solo a scegliere questo atto di ribellione estremo.
 
Il 25 gennaio al Cairo si svolge la prima grande manifestazione di piazza.
 
Tre giorni dopo le proteste si fanno più politiche. Venerdì 28 gennaio, dopo la preghiera, scendono in campo i Fratelli Mussulmani, la più importante forza organizzata di opposizione. Anche il premio Nobel per la pace Mohamed Elbaradei si unisce al movimento.
 
Dopo questo “venerdì della rabbia”, i manifestanti cominciano a chiedere non solo pane, lavoro e lotta alla corruzione, ma anche le dimissioni di Mubarak.
L’esercito non si schiera e non si impone per far rispettare il coprifuoco. La folla simpatizza con i soldati.
 
In un discorso alla nazione il presidente egiziano, al potere da quasi trent’anni, assicura che non si ricandiderà alle prossime elezioni e promette un cambiamento. Mubarak nomina vicepresidente uno dei suoi generali, Omar Suleiman, con l’incarico di fare le riforme.
 
I dimostranti però non lasciano la piazza Tahrir. Dicono che non se ne andranno fino a quando non se ne andrà anche il rais.
 
Il 2 febbraio, per la prima volta, scontri hanno luogo fra i militanti pro e anti Mubarak. L’esercito non si immischia e lascia entrare i fautori del regime nella piazza. Gli incidenti provocheranno molte vittime.
 
Malgrado l’ordine dei soldati i manifestanti anti regime non se ne vanno. Nella piazza Tahrir viene allestita una tendopoli, mentre Suleiman dichiara che l’Egitto non è pronto per la democrazia. Il 4 febbraio i dimostranti sono ancora di più, il loro numero cresce di giorno in giorno.
 
Il 9 febbraio vanno sotto al Parlamento e alla sede del governo. Qualche giorno prima in un’intervista televisiva Mubarak aveva detto di essere stanco e che gli sarebbe piaciuto dimettersi, ma non poteva, nel timore del caos in cui il paese sarebbe potuto precipitare.