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A casa, dice Suleiman, ma Piazza Tahrir non cede

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A casa, dice Suleiman, ma Piazza Tahrir non cede

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Le proteste non saranno più tollerate, tornate a casa, ha detto ai manifestanti il vice presidente Omar Suleiman.

Ma dall’inizio della rivolta é piazza Tahrir la loro casa, da qui gli egiziani non se ne andranno, promettono, finché non se ne andrà anche il regime.

Intanto vivono la piazza, epicentro del loro nuovo destino, in una sorta di eccitazione permanente.

Qui mangiano, dormono, si informano e creano personali mezzi di comunicazione, prima la carta stampata, poi l’etere: “Su questa radio trasmettiamo poemi e discorsi”, dice lo speaker Mohamed Ali,“diamo la parola per esempio a persone anziane che non sanno scrivere ma vogliono parlare. Mandiamo in onda canzoni nazionaliste, altre che parlano dei martiri, ma non canzoni d’amore”.

Giovani ribelli ed entusiasti che però qualcuno accusa di essere manovrati e prezzolati: “La prima cosa che abbiamo fatto è raccogliere le scatole vuote di un piatto tradizionale, il kuchary, dalla spazzatura”, ribatte Zaki Khalfa, membro di un’associazione di artisti, “Ci abbiamo scritto sopra Kentucky fried chicken, un messaggio forte a chi pensa che qualcuno ci paghi per protestare. E continuiamo a mangiare kuchary”.

Come in ogni festa popolare che si rispetti, il volontariato è d’obbligo: “Un servizio per il popolo d’Egitto”, dice un barbiere, “per sostenere la rivoluzione e vincerla”.

E quindi, in piazza Tahrir, barba e capelli sono gratis.