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Il rompicapo egiziano che toglie il sonno agli Usa

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Il rompicapo egiziano che toglie il sonno agli Usa

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Difendere uno strategico baluardo filo-occidentale alle porte del Medio Oriente, senza ignorare la voce della piazza e tradire il proprio ruolo di difensore internazionale della democrazia. Messi in crisi dal rompicapo egiziano, gli Stati Uniti hanno finora risposto con la “diplomazia del gambero”: un balletto di acrobazie retoriche, fra voci grosse e toni più concilianti.
 
“Quanto è chiaro e quanto ho espresso al presidente Mubarak – diceva appena alcuni giorni fa il presidente Obama – è la mia convinzione che una transizione ordinata e pacifica sia necessaria e debba iniziare subito”.
 
La fiducia della prima ora al presidente Mubarak cede presto il passo alla richiesta di un “cambiamento”. Cauto appello alla mediazione, che non equivale però al tradimento dello storico alleato. E spiana anzi la strada a Omar Suleiman. L’iniziativa del vice-presidente di convocare un comitato di saggi per uscire dalla crisi suona però a Washington fin troppo interlocutoria.
 
Ai giornalisti che lo incalzano, Obama sembra rispondere con fastidio e poca convinzione. L’Egitto deve negoziare una via per la pace, dice, e sta facendo progressi.
 
Punto, quest’ultimo, su cui Washington si mostra poi tuttavia sempre più scettica. Al tavolo aperto da Suleiman con le opposizioni si registra anche la storica presenza dei Fratelli Musulmani. Il dialogo si incaglia però sulla precondizione che Mubarak lasci il potere.
 
La Casa Bianca si affretta a smentire possibili contatti con i Fratelli Musulmani. La possibilità che l’auspicata transizione possa trasformarli in principale partito politico del nuovo Egitto costituisce però una delle sue principali preoccupazioni. Foraggiato con fiumi di dollari e aiuti militari, Mubarak ha finora rappresentato per Washington una garanzia proprio contro lo spauracchio delle componenti islamiche, che potrebbero dominare la nuova scena politica.
 
Un dilemma che l’ex vice-presidente americano Dick Cheney ha parafrasato, sottolineando l’esigenza di trattare Mubarak come si è meritato negli anni. Comportandosi cioè da “grande amico”.
 
Un’esigenza, quella di non lasciare il campo libero all’ascesa dei Fratelli Musulmani, fortemente sentita anche in Israele, dove il prestigioso quotidiano Haaretz è arrivato a parlare di Obama come del “presidente che ha perso l’Egitto”. Impietoso rimando al precedente di Jimmy Carter: il presidente americano, che per non tradire la democrazia in Iran, avrebbe spianato la strada alla Repubblica Islamica.