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Guerra al Cairo, nel mirino anche i giornalisti

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Guerra al Cairo, nel mirino anche i giornalisti

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Guerra a oltranza da 48 ore al Cairo nel decimo giorno di protesta popolare.

L’esercito, che finora era stato a guardare, ha sparato in aria per disperdere i dimostranti ed è intervenuto con i blindati per bloccare l’aggressività dei fedelissimi del presidente contro i manifestanti.

Pesante il bilancio delle violenze: le vittime sarebbero almeno 13 e 1200 i feriti. Molti di più, secondo i medici che prestano soccorso sul campo.

E intanto è caccia ai giornalisti, confinati negli alberghi: vietato loro l’accesso in piazza Tahrir, cuore della sommossa, sequestrato o danneggiato il materiale, chiuse le sedi delle tivù estere.

Alcuni reporter sono stati aggrediti fisicamente e altri sono stati arrestati. Fonti locali riferiscono di uno straniero picchiato a morte in piazza.

Il neo primo ministro egiziano Ahmed Shafiq si è scusato per le violenze e ha promesso un’inchiesta.

E l’attuale ministro dell’interno dovrà rendere conto della mancanza di sicurezza nel paese che ha permesso il dilagare della violenza.

Una battaglia cominciata dopo il discorso di Mubarak allla nazione: resto fino alla fine del mandato per assicurare una transione pacifica del potere ma non mi ricandiderò, aveva detto dopo le pressioni internazionali e della piazza.

Parole che hanno scatenato il caos nel paese, dividendolo in due.

L’esercito ha cercato di tenere divisi i belligeranti con un corridoio di sicurezza. Ma il muro contro muro tra le due fazioni va avanti lo stesso, con devastazioni in tutta la capitale.

Quasi una sorta di prova generale per domani, quando le opposizioni hanno chiamato di nuovo la folla a una mobilitazione generale contro Mubarak.

È il giorno della scadenza dell’ultimatum al presidente lanciato dal leader dell’opposizione El Baradei: “Vai via se vuoi salva la pelle”.