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Terrorismo nel Caucaso, dieci anni di attentati

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Terrorismo nel Caucaso, dieci anni di attentati

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Più di dieci anni di attentati, altrettanti di feroce repressione. E ancora nessuna soluzione in vista per fermare il conflitto che ha radici nel Caucaso e miete vittime in tutta la Russia.

1999: una serie di attentati contro abitazioni civili fa 300 morti. L’allora presidente Eltsin scatena la seconda guerra in Cecenia, che si concluderà con Putin. Le atrocità non si contano. Ufficialmente, la ribellione è spenta, Mosca ha vinto.

Nel 2002, il terrorismo ceceno torna però a colpire. Un commando kamikaze entra nel teatro Dubrovka della capitale russa e prende 800 ostaggi. Dopo tre giorni, le forze speciali danno l’assalto: il bilancio è di 129 ostaggi uccisi.

Il 2003, anno di elezioni politiche, è insanguinato da due attentati suicidi rivendicati dai ceceni: uno durante un concerto rock a Mosca, l’altro in un treno nel sud-ovest del paese. In tutto, i morti sono 61.

Nel 2004, in occasione delle presidenziali, i terroristi alzano la posta. Prima colpiscono nella metropolitana, poi a bordo di due aerei, facendo 130 vittime. Ma è a Beslan che l’orrore tocca l’apice. Questa volta è una scuola nell’Ossezia del Nord a essere tenuta in scacco. Le forze speciali tentano una nuova prova di forza e il risultato è una strage: 330 morti, di cui 186 bambini.

2009, attentato a un treno. Marzo 2010, di nuovo la metropolitana di Mosca, 40 i morti. Nel frattempo, i ribelli caucasici hanno abbracciato la causa dell’estermismo islamico e promettono di portare il terrore fin nel cuore della Russia.

Il presidente Medvedev li sfida durante una visita lampo in Daghestan. Tono e parole sono gli stessi usati dal suo predecessore: promette che “pugnalerà a morte” i terroristi. Ancora la retorica della forza impiegata nei dieci anni passati. Ancora la logica dello scontro diretto che nel Caucaso ha finito per fare il gioco dei terroristi. Perché, a dispetto delle rassicurazioni ufficiali, nella regione non passa un mese senza attentati, soprattutto contro le forze armate e la polizia.

Se oggi Grozny sembra una città pacificata, in realtà la ribellione si è allargata oltre la Cecenia e ha contagiato le repubbliche vicine, dove l’odio contro Mosca riempie le file degli aspiranti terroristi.