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Marine, volto moderno dell'estrema destra francese

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Marine, volto moderno dell'estrema destra francese

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Una successione dinastica per l’estrema destra francese. Marine Le Pen eredita da suo padre Jean-Marie la guida del Fronte Nazionale, il partito da lui fondato nel 1972.

42 anni, ex avvocato, madre di tre figli con due divorzi alle spalle, Marine si presenta come il volto moderno del partito: “Non mi sono mai modellata su di lui, nell’immagine o nel carattere. Né sull’immagine di mio padre, né su quella che lui poteva avere delle sue figlie. Penso di avere un nome, e meno male, perché se no, se fossi soltanto il doppione di Le Pen, non porterei un granché di nuovo nel dibattito”.

Secondo un recente sondaggio, il 46 per cento dei francesi vede Marine Le Pen come la rappresentante di un’estrema destra nazionalista e xenofoba. Nel dicembre 2006 il 65 per cento vedeva così suo padre, che ha sempre basato la sua retorica sui valori patriottici e tradizionali incarnati da Giovanna d’Arco: “Indipendenza della Francia, identità e sicurezza dei francesi, unità delle forze nazionali, azione vigorosa contro il nemico, fede nel futuro. Questi erano i suoi principi e i suoi obiettivi. Sei secoli dopo questi sono i nostri”.

Discorsi che hanno funzionato in maniera inaspettata nel 2002, quando Le Pen si è piazzato secondo al primo turno delle presidenziali dietro Jacques Chirac, sfrattando dalla scena politica il primo ministro socialista Lionel Jospin.

Ma cinque anni dopo è il crollo: alle politiche il partito ottiene solo il 4,2 per cento. Poi, torna a crescere: alle regionali del 2010 raccoglie l’11,4 per cento. E per le presidenziali del 2012, Marine Le Pen ha oggi il 14 per cento delle intenzioni di voto.

Le ragioni del fallimento del 2007 sono semplici: Sarkozy ha vinto sottraendo al Fronte Nazionale l’esclusiva su temi come immigrazione e sicurezza. Temi che Marine Le Pen non è disposta a cedere: “È certo che Nicolas Sarkozy ha adottato alcuni dei temi che noi difendiamo da trent’anni, cosa che abbiamo sempre fatto, mi permetto di ricordarlo, da soli contro tutti. Ma non basta parlare dei nostri temi, bisogna applicare le nostre proposte, e questo lui non lo farà”.

Dove sta allora la novità? Sta in un linguaggio più “sociale”, che stigmatizza globalizzazione e libero scambio. Un linguaggio che, in tempo di crisi, trova molte orecchie pronte ad accoglierlo.