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Haiti, la ricostruzione che non c'è

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Haiti, la ricostruzione che non c'è

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Come cicatrici destinate a rimanere, il palazzo presidenziale di Port-au-Prince sfoggia le sue macerie. Macerie presidenziali, ma uguali a tutte le altre, simbolo di una ricostruzione che non c‘è, a un anno dal terremoto di magnitudo 7 che ha raso al suolo buona parte di Haiti, facendo quasi un milione e mezzo di sfollati e lasciando dietro di sé 20 milioni di metri cubi di detriti di cui oggi, secondo Oxfam, sarebbe stato rimosso solo il 5 per cento. 105 mila gli alloggi crollati, 208 mila quelli danneggiati. Ma le abitazioni provvisorie costruite da allora coprirebbero solo il 15 per cento delle necessità.

Secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni, però, da luglio il numero di haitiani che vivono in tendopoli come questa si sarebbe quasi dimezzato, scendendo a 810 mila persone. Gli altri sarebbero semplicemente tornati a casa.

Un’abitazione provvisoria dura fra i sette e i dieci anni e costa 1.800 euro per 25 metri quadri. A occuparsene sono molte delle circa 10 mila Ong presenti ad Haiti. Ma la mancanza di coordinazione e di un governo forte ostacolano la ricostruzione. A questo si aggiungano i problemi esistenti già prima del sisma del 12 gennaio.

Spiega Jacques Philippe Mondesir dell’Ong Diakonie: “La maggior parte delle famiglie viveva in affitto, e non possedeva un terreno. Il problema dell’alloggio esisteva prima del terremoto, con il terremoto si è aggravato. Per ora non c‘è soluzione per le famiglie che non possiedono un terreno”.

Non c‘è pace per gli haitiani. Al problema della ricostruzione se ne aggiungono altri, come l’epidemia di colera, dovuta a condizioni sanitarie catastrofiche, che ha fatto più di 3.400 vittime da metà ottobre.

Astrid Nissen, portavoce di Diakonie, osserva: “Ora emerge un nuovo problema: la carenza di strutture idriche e sanitarie nel paese. Quindi chiunque si occupi della ricostruzione, e cerchi di trovare una soluzione al dopo-terremoto, deve anche tenere presente che ci sono altri problemi strutturali, che potrebbero creare nuove difficoltà: abbiamo già visto il colera. Bisogna tenerne conto”.

Problemi di coordinazione, di volontà politica, carenze sanitarie… In uno scenario del genere, le previsioni fatte subito dopo il sisma si sono rivelate decisamente ottimistiche.