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La lotta di Aung San Suu Kyi

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La lotta di Aung San Suu Kyi

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Il suo volto è conosciuto in tutto il mondo, perchè con tutta l’anima combatte una battaglia da vent’anni. Aung San Suu Kyi si spende senza requie perchè la Birmania si liberi dal giogo della dittatura.

E perchè un giorno il suo partito, la Lega nazionale per la democrazia, possa governare Myanmar, il nome con cui la giunta militare ha ribattezzato il paese.
Da 20 anni i generali cercano di sbarazzarsi di questa spina nel fianco, costringendola agli arresti domiciliari.

Figlia dell’eroe dell’indipendenza Aung San, la “Signora di Rangoon”, come la chiamano i suoi sostenitori, raccoglie una popolarità in patria e internazionale che le garantiscono una relativa protezione.
Il padre negoziò con i colonizzatori britannici nel 1947, poco prima di essere assassinato.

L’impegno in politica di Aung san Suu Kyi, arriva nell 1988, dope essere rientrata nel paese dalla Gran Bretagna, dove ha studiato e si è sposata.
La repressione del regime spazza le istanze democratiche.

La “Signora di Rangoon” dal vertice della Lega nazionale per la democrazia, promette riforme politiche. Il regime, fa pressione su Aung San Suu Kyi perchè lasci il paese. Ma imperturbabile si presenta alle elezioni del 1990 e fa il pieno di voti.

Un affronto per il regime, che annulla la consultazione. Iniziano per Aung San Suu Kyi lunghi anni scanditi tra il carcere e gli arresti domiciliari. Uno scandalo che fa il giro del mondo tanto che ad Aung viene assegnato nel 1991 il premio nobel per la pace.

La signora di Rangoon viene liberata nel 1995 per qualche mese ma decide di non lasciare il paese, dove altrimenti non avrebbe potuto più far ritorno.Non puo’ visitare i figli. Perderà il marito da tempo malato senza poterlo visitare.

Per il regime Aung San Suu Kyi rappresenta una minaccia continua. Lo scorso anno il generale Than Shwe la incontra ufficialamente. Sembrano esserci i semi di una nuova possibile cooperazione.

“Dal momento che Aung San Suu Kyi cammina per le strade delle città birmane – dice Muang Zarni, dissidente in esilio e ricercatore della London School of Economics – c‘è sempre possibilità che mobiliti l’opinione pubblica contro il regime. E i generali lo sanno.E ‘ un elemento che non va trascurato”.

In vent’anni Aung San Suu Kyi ha sacrificato la vita privata per la sua lotta. Ma oltre ad aver ricevuto premi internazionali, ha un sostegno quotidiano: è la società civile birmana, che non l’ha
mai lasciata sola.