ULTIM'ORA

ULTIM'ORA

Karel De Gught, commissario Ue al Commercio: "Vogliamo più influenza per costringere altri paesi ad aprire i loro mercati"

Lettura in corso:

Karel De Gught, commissario Ue al Commercio: "Vogliamo più influenza per costringere altri paesi ad aprire i loro mercati"

Dimensioni di testo Aa Aa

Come vincere la sfida della crescita attraverso le esportazioni?

Il commissario europeo al commercio Karel De Gucht vuole che l’Unione europea abbia più voce in capitolo nel fissare le regole sul commercio globale.

Ma la guerra delle valute e le misure protezionistiche della Cina, che tentano anche gli Stati Uniti, non gli semplificano le cose.

Noi lo abbiamo incontrato prima del vertice del G20.

Euronews: Quale impatto sta avendo sul commercio l’attuale guerra delle valute?

Karel De Gucht: L’impatto si avverte a livello globale. Penso che il rischio maggiore sia quello di innescare una corsa alla svalutazione. Se non riusciremo a fermarla – e ci possiamo riuscire soltanto agendo sul piano internazionale, penso al G20 – se non riuciamo a fermarla, dicevo, le cose andranno di male in peggio.

Euronews: Pensa che l’Unione europea sia il blocco più fragile, tra Stati Uniti e Cina?

De Gucht: Non direi perché abbiamo l’euro, e l’euro si sta comportando piuttosto bene. Certo, qualcuno dirà che il suo valore è troppo alto. Ma d’altra parte sta anche sostenendo la nostra economia. Quindi non credo che siamo il soggetto debole, anche se, essendo la nostra una delle economie più grandi, subiamo l’impatto delle peggiorate condizioni di business.

Euronews: In questa gara a frenare le valute, il dollaro è debole e lo è anche il renminbi cinese. La scelta dell’Unione europea di mantenere alto il valore dell’euro è la scelta giusta?

De Gucht: Se volessimo avere un euro debole dovremmo adottare misure come quelle che hanno preso negli Stati Uniti, cioé stampare denaro. Ma non penso che sia l’approccio giusto. Nel breve periodo può dare un po’ di sollievo, ma credo che sul lungo termine sia una soluzione pessima e sarebbe una pessima scelta per l’Europa.

Euronews: E per la Cina?

De Gucht: La Cina punta molto sulle esportazioni. Ha diversi strumenti per sostenere l’export, lo fa attraverso una valuta debole, attraverso sovvenzioni, talvolta anche con pratiche di dumping, che – per inciso – noi abbiamo denunciato.

Euronews: L’Europa vuole riformare la politica agricola comune solo per soddisfare le richieste dei partner commerciali?

De Gucht: L’Europa non sta bloccando l’agenda di Doha, penso anzi che ne siamo i sostenitori più convinti. Ma bisogna essere in due per ballare il tango. Penso che il problema principale sarà trovare il modo di sbloccare i negoziati. Se non ci sarà un’iniziativa da parte di qualche soggetto importante, sarà molto difficile. E la colpa non è certo dell’Europa, al contrario.

Euronews: L’Unione vorrebbe che anche altri blocchi aprissero i loro mercati interni. Questo aiuterebbe le esportazioni europee a lasciarsi alle spalle la recessione.

De Gucht: E’ una questione di correttezza. Noi proponiamo di creare uno strumento, a cui stiamo già lavorando. Il principio è semplice: se un paese chiude il proprio mercato interno, noi dobbiamo avere la possibilità di fare la stessa cosa in settori specifici e per ragioni specifiche anche nel nostro mercato. L’apertura dei mercati è importante, è un fattore cruciale per la crescita dell’economia gobale, ma non possiamo essere i soli a farlo. Vogliamo avere più influenza per costringere altri paesi ad aprire i loro mercati.

Euronews: Il presidente francese Sarkozy sta per proporre al G20 una riforma del sistema monetario internazionale. Quali sono le sue aspettative in ambito commerciale?

De Gucht: Mi auguro che qualunque sia la riforma che verrà proposta, e di questo non sappiamo ancora niente, non ostacoli le relazioni commerciali. Dobbiamo distinguere tra politica monetaria e politica commerciale. La politica commerciale deve essere fondata sull’apertura e sulla competizione, sulla reciprocità, senza essere influenzata da quello che definirei misure restrittive, o misure che finiscono nel protezionismo.