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Tareq Aziz, volto presentabile di una dittatura

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Tareq Aziz, volto presentabile di una dittatura

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“Siamo nati in Iraq, e moriremo in Iraq. O come martiri, che sarebbe un grande onore, o di morte naturale”. L’aveva declamato Tareq Aziz nel 2003, un mese prima dell’arresto.

Ha preferito consegnarsi agli americani piuttosto che darsi alla fuga. E fin dal primo processo, pensava che sarebbe morto in prigione. Anche perché di salute cagionevole, tanto che lo scorso gennaio è stato colpito, secondo la famiglia, da infarto.

Unico cristiano fra i fedelissimi di Saddam Hussein, Tareq Aziz è stato per vent’anni la voce di un regime prima sostenuto dall’Occidente, poi bistrattato e combattuto.

Compagno della prima ora del futuro dittatore iracheno, si lega definitivamente al suo destino nel 1979, quando Saddam diventa presidente della Repubblica.

Aziz si impone rapidamente nei circoli del potere, in patria e all’estero, anche grazie alla sua padronanza dell’inglese. Nel 1980, spetta a lui convincere l’Occidente ad appoggiare l’Iraq, laico, contro la temuta teocrazia iraniana.

Si trova a suo agio a Mosca come a Washington. Ma i rapporti con la comunità internazionale si guastano con l’invasione del Kuwait, nel 1990, e la sua posizione si complica anche perché sono ben noti i suoi dubbi sulla necessità dell’aggressione. All’epoca è vice premier e ministro degli esteri. Il volto presentabile sulla scena internazionale di un regime che i suoi stessi ex sostenitori ormai ritengono infrequentabile.

Quando l’esercito Usa invade il paese, è uno dei principali ricercati. L’otto di picche, nel “mazzo di carte” inventato dagli americani.

Se non è stato forse l’autore principale dei crimini del regime, ne è stato complice consapevole, fedele al suo presidente fino alla fine, tanto da nominare il suo secondogenito Saddam. Una fedeltà imperdonabile, per curdi e sciiti, massacrati da un regime di cui Aziz era il volto e la voce. Presentabili.