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Quel campo chiamato Speranza

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Quel campo chiamato Speranza

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Una tendopoli chiamata Campamento Esperanza. Oggi è quasi un’istituzione. Eppure è nata solo due mesi fa, dalla fede di un pugno di famiglie, quelle dei minatori intrappolati sotto terra dal 5 agosto.

Se non si fossero ostinate a restare lì nonostante tutto, forse le cose sarebbero andate diversamente.

Perché per 17 giorni non hanno avuto notizia di loro, si temeva che fossero morti. Ma il 22 agosto, in superficie arriva un biglietto legato alla trivella da Mario Gomez, il più anziano dei minatori, con i suoi sessantatré anni. Stanno tutti bene, dice, e sono indicate le coordinate del rifugio. Un miracolo, per la moglie di Gomez: “Voglio che qui venga costruito un santuario. Un santuario grande, bello, dove le nostre famiglie possano venire a ringraziare Dio, la Vergine e tutti i santi per averci restituito i nostri cari, vivi, e questo è un miracolo straordinario”.

A una cinquantina di chilometri, alla periferia di Copiapó, vive un altro miracolato della miniera San José. Jhonny Quispe è arrivato qui nel 2005, ci lavorava da tre mesi quando è avvenuto l’incidente. Racconta: “Sono ancora spaventato. Potevo essere una vittima di quel crollo. L’ingresso a quell’area era proibito. Non avrebbero nemmeno trovato il mio corpo. I padroni della miniera ci stavano mettendo in pericolo. Gli interessava solo far soldi. Penso che sia gente senza nessuna sensibilità umana”.

Jhonny è boliviano, come il suo genero Carlos Mamani, padre di una bambina. Carlos è stato meno fortunato, si trova in fondo al pozzo con gli altri minatori. È l’unico straniero del gruppo.

Le fondamenta di Campo Speranza sono la solidarietà, il coraggio e la fede che “smuove le montagne”, come recita il vecchio adagio. Adesso, ci si prepara al dopo. Esteban Rojas ha promesso di sposare in chiesa la moglie, cui è unito
solo con rito civile. Lei, Jessica, l’aspetta da 25 anni: “Mi ha detto che faremo un viaggio con i nostri figli e nipoti. Ci rilasseremo per qualche giorno, e poi… il matrimonio!”.