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Un futuro senza api? Sarebbe collasso ecologico

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Un futuro senza api? Sarebbe collasso ecologico

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Se le api scomparissero dalla faccia della terra, all’uomo non resterebbero che quattro anni di vita. Questa frase attribuita ad Albert Einstein è emblematica sull’importanza che questi insetti hanno nel ciclo naturale e sulla gravità del fenomeno della loro progressiva estinzione.

Entomologi e apicoltori l’hanno chiamato il “collasso delle arnie”. Negli Stati Uniti il 25% delle api sono scomparse tra il 2006 e il 2007, e la situazione appare molto critica anche in Europa.

“In regioni come l’Alsazia, l’Isère e in quella lionese
si sono perse più del 50% delle colonie”, conferma l’apicoltore francese Renè Bayon, “Qui da noi è andata un po’ meglio, il 25% , di cui un 15% alla fine dell’inverno, che è abbastanza normale.”

Il 35% dei nostri alimenti dipende direttamente o indirettamente dal processo di impollinazione che operano questi insetti e i danni economici legati alla loro estinzione sarebbero immani.

Il Bee-Doc è un progetto di ricerca dell’Unione Europea, condotto in sinergia da undici università di nove Paesi. A coordinarlo il professor Robin Moritz, uno dei massimi esperti del settore: “L’idea del Bee-Doc poggia su tre basi: la prima punta all’individuazione delle malattie e allo sviluppo di nuovi metodi diagnostici;
un’altra cura la prevenzione, con lo sviluppo di strategie adeguate; la terza ricerca nuovi trattamenti che non siano le tediose terapie chimiche in uso sugli insetti finora.”

Presso l’università Hohenheim di Stoccarda si è sviluppato uno dei filoni della ricerca. Sostanze tossiche sono state immesse in un gruppo di api, per comprendere come interagiscano nel produrre effetti nocivi sugli insetti. Responsabile del progetto è Peter Rosenkrantz: “Prima di tutto vogliamo sapere cosa produce la reale combinazione di certi parassiti e pesticidi. E poi vedere come la colonia reagisce, come ne tollera l’esposizione e valutare la possibilità di selezionare in futuro api da miele con maggiore capacità di adattamento a queste sostanze e ad altre probabilmente presenti nell’ambiente”.

La riduzione della biodiversità, con l’affermarsi della monocultura su larga scala, i pesticidi, l’inquinamento: l’idea che muove i ricercatori è che ci sia una precisa sinergia tra questi diversi fattori nocivi per la vita delle api all’origine del “collasso delle arnie”.

“Le cause possono essere molte. Il problema maggiore in questo momento è dato dal parassita Varroa, specialmente in autunno e inverno. Ma anche la cattiva gestione delle arnie, la malnutrizione, unite alla presenza di pesticidi nell’ambiente, possono interagire e determinare il collasso delle colonie”, spiega ancora Rosenkranz.

In Germania, alla Wittenberg University di Halle, la ricerca si sta orientando sulla genetica. Sotto osservazione è il DNA della api, per capire quale singolo gene sia coinvolto nel momento in cui agisce una determinata fonte di stress per l’insetto, colpito da sostanze nocive o malattie.
A coordinare il lavoro è Bernhard Kraus: “Il genoma delle api è stato riprodotto in sequenza un paio di anni fa. Ora lo conosciamo, sappiamo il modo in cui il libro è scritto, ma non lo abbiamo letto completamente, e ignoriamo quali geni siano necessariamente coinvolti in un determinato tratto. Su questo i biologi saranno impegnati nei prossimi anni.”

Di fronte ad una tale sfida un approccio multi-disciplinare è essenziale per risolvere il problema. Ed è proprio questo che ispira l’internazionalità del progetto dell’Unione Europea.
“Possiamo contare su conoscenze e competenze provenienti da tutta Europa, nei diversi campi della biologia di questi insetti. Ci sono esperti in pesticidi, bio-chimica, abbiamo persone che realmente lavorano in un campo applicato per il mantenimento delle colonie, e quelli che come noi si concentrano sulla genetica”, dichiara Kraus.

Un altro ramo della ricerca ha base ad Avignone, in Francia. Qui il team di Yves Le Conte ha allo studio una tipologia di api particolarmnente resistente alle malattie: “Sono presenti ad Avignone e nell’Ovest della Francia”, racconta, “Resistono non solo ai parassiti ma a tutte le malattie, nonostante non subiscano alcun trattamento. Vogliamo sapere perché queste sopravvivono e altre muoiono. Si tratta di un modello di studio molto interessante da sviscerare e che sconfina nella genetica.”

Il progetto triennale, mira a sostenere un’industria che in Europa vale 140 milioni di euro in termini di produzione di miele, e 14,2 miliardi per le colture che dipendono dall’impollinazione delle api.
Il professor Moritz, che lo coordina, ribadisce: “Quello che possiamo ottenere realisticamente in questi tre anni non è eliminare il problema, ma dare agli apicoltori gli strumenti per affrontarlo. Sul lungo periodo invece potremo essere pronti ad arginare definitivamente il fenomeno selezionando insetti più resistenti. Questo è lo schema mentale dei ricercatori del Bee-Doc.”

Le api sono un indicatore privilegiato dello stato di salute del nostro pianeta. Per questo lavorare per la loro protezione vuol dire operare in un più maestoso progetto di preservazione degli equilibri ambientali, fondamentali per la sopravvivenza dell’uomo. Per informazioni sul Bee-doc: http://www.bee-doc.eu