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Homeless World Cup: un calcio alla povertà

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Homeless World Cup: un calcio alla povertà

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Nell’anno del mondiale sudafricano, c‘è un altro evento che, seppur meno pubblicizzato, ricopre una grande importanza dal punto di vista sociale.

Si svolge sulla spiaggia di Copacabana, a Rio de Janeiro, in Brasile, l’ottava edizione della Homeless World Cup, la coppa del mondo di calcio alla quale possono partecipare esclusivamente squadre composte da senzatetto.

“Mi ci sono voluti circa tre anni per raggiungere il livello di oggi – ha spiegato un giocatore della selezione sudafricana -. Sono venuto a rappresentare il mio paese. Ho provato tante volte ma non ci sono mai riuscito. Questa è la miglior cosa che ho fatto. E’ come una missione che devo portare a termine”.

“La nostra vita è molto dura nei nostri paesi perchè non abbiamo diritti – ha detto un calciatore della Palestina -. Speriamo un giorno di poterne avere”.

64 le squadre partecipanti, dalla quale usciranno le due finaliste che si giocheranno il titolo nella finale del 26 settembre. Rappresentati tutti i continenti, con delegazioni che arrivano da Canada, Colombia, Ghana, India. Per l’Europa occhi puntati sull’Ucraina, campione uscente nella scorsa edizione che si è disputata a Milano.

“Usiamo il calcio come un traino sociale – ha spiegato Mel Young, presidente della Homeless World Cup -. Una ricerca rivela che circa il 70-80 per cento dei giocatori ogni anno cambiano la loro vita. Trovano un posto di lavoro, ottengono una casa, diventano allenatori di calcio e alcuni addirittura sono diventati calciatori professionisti. C‘è quindi un impatto notevole. Usiamo il calcio come un messaggio. Il calcio è un meccanismo molto forte per creare cambiamento”.

Campo 22×16 metri, quattro giocatori per squadra, 14 minuti per gara. Queste le regole basilari di un evento la cui importanza va ben oltre l’aspetto puramente sportivo.