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Beilin: "Puntare a una soluzione parziale"

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Beilin: "Puntare a una soluzione parziale"

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Se c‘è qualcuno che sa quanto sia difficile mettere israeliani e palestinesi intorno allo stesso tavolo, quello è Yossi Beilin.

L’abbiamo intervistato da Tel Aviv.

- In quanto membro del governo israliano, lei è stato uno dei principali negoziatori degli accordi di Oslo nel 1993. Era anche presente ai colloqui di Camp David nel 2000. Dieci anni dopo, vede una possibilità che questo nuovo giro di negoziati raggiunga l’obiettivo della pace laddove tutte le altre iniziative hanno fallito?

“Temo che le posizioni siano troppo distanti. Non ritengo realistico pensare che Benjamin Netanyahu sia pronto a colmare un divario così ampio. I suoi obiettivi sono molto lontani dalle condizioni minime proposte dal presidente Mahmud Abbas. Di conseguenza, temo che i negoziati possano fallire molto presto”.

- Più che trovare una soluzione finale e permanente al conflitto, lei dice che i leader dovrebbero cercare di raggiungere un accordo provvisorio e parziale. Come si può fare?

“A mio parere, in questo momento gli Stati Uniti dovrebbero cambiare l’obiettivo dei colloqui: piuttosto che suscitare ulteriori aspettative e organizzare eventi spettacolari a Washington, Sharm el Sheikh, o altrove, invitando tutti i maggiori leader per poi non ottenere risultati, dovrebbero puntare a un accordo temporaneo, o a un accordo parziale, o qualcosa del genere, che potrebbe rivelarsi molto più fattibile”.

- L’organizzazione da lei presieduta, l’Iniziativa di Ginevra, l’anno scorso ha presentato alcune proposte. Che cosa suggerisce per la questone chiave degli insediamenti israeliani?

“Be’, gli insediamenti sono il problema minore, perché una volta che hai un confine, tutti gli insediamenti a est di questo confine dovrebbero essere sradicati, e tutti gli insediamenti a ovest del nuovo confine dovrebbero essere sotto la sovranità israeliana e Israele dovrebbe poterne costruirne quanti vuole. Perciò, i problemi principali riguardano i profughi e Gerusalemme. A Gerusalemme la soluzione è che tutto ciò che è ebraico diventi israeliano e tutto ciò che è arabo passi sotto la sovranità palestinese. E nella città vecchia, il Monte del Tempio entrerebbe a far parte dello Stato palestinese e il Muro del Pianto dello Stato d’Israele. Riguardo i profughi, suggeriamo una soluzione simbolica complessa, senza un diritto aperto al ritorno che permetta a qualunque profugo di insediarsi in Israele, che sarebbe davvero irrealistico. Ma i palestinesi che volessero tornare a vivere nello Stato palestinese potrebbero farlo senza ostacoli e i profughi riceverebbero degli indennizzi”.

- Israele dovrebbe prolungare la moratoria delle colonie oltre il 26 settembre?

“Io credevo che la costruzione delle colonie fosse un’idiozia fin dal primo giorno, 43 anni fa, e non ho cambiato idea da allora. Naturalmente preferirei che ci fosse una moratoria totale e non penso che sia particolarmente saggio congelare le colonie per dieci mesi e basta. L’unica questione non è se io ci creda, ma se Netanyahu abbia delle intenzioni in merito. Voglio dire, Netanyahu è stato eletto con l’obiettivo di sviluppare gli insediamenti, con l’obiettivo di prevenire l’applicazione degli accordi di Oslo, perciò non ritengo realistico quel che ci si aspetta da lui, cioè che agisca in senso contrario alle sue promesse e a tutti gli impegni presi con i suoi elettori di destra”.