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"Incapaci di evitare gli stupri". Mea culpa Onu sulla RDC

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"Incapaci di evitare gli stupri". Mea culpa Onu sulla RDC

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Mea culpa e appello all’intervento del Consiglio di sicurezza. L’Onu corre ai ripari e ammette di essere intervenuta in ritardo, contro gli stupri di massa avvenuti tra fine luglio e inizio agosto nella Repubblica Democratica del Congo: almeno 400 donne, picchiate e violentate sotto gli occhi dei figli, ad appena venti chilometri da una postazione dei Caschi Blu.

“Anche noi abbiamo fallito – riconosce Athul Khare, sottosegretario Onu alle operazioni di peacekeeping -. La nostra azione si è rivelata inadeguata e ha portato ad inaccettabili brutalità sulla popolazione della zona. Dobbiamo fare meglio”.

Teatro delle violenze Luvungi, paesino di circa 2000 abitanti, sulla strada che nell’est del paese collega le città di Walikale e Kisangani.

Ricostruendo assedio e saccheggi, le autorità del villaggio puntano il dito contro gruppi armati delle Forze Democratiche per la Liberazione del Rwanda e miliziani congolesi Mai Mai.

Circa 350 uomini che, in base a concordi testimonianze, fra il 30 luglio e il 3 agosto avrebbero abusato anche di numerosi bambini, prima di fuggire con il frutto delle loro razzie. Un attacco “pianificato e sistematico”, secondo l’inviato speciale delle Nazioni Unite Margot Wallström, che ha proposto la schedatura dei leader dei ribelli Hutu rwandesi.