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17 anni di negoziati per il miraggio della pace

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17 anni di negoziati per il miraggio della pace

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Sono passati 17 anni dagli accordi di Oslo. 17 anni di vertici che ogni volta intendevano rilanciare il processo di pace in Medio Oriente. 17 anni che sulla strada di un accordo conclusivo fra palestinesi e israeliani si ergono gli stessi ostacoli. Quegli intoppi che erano stati deliberatamente messi da parte nel 1993 e su cui non si è mai trovata una soluzione.

In testa, la questione delle colonie ebraiche. Questione non solo sensibile, ma determinante. Il prolungamento della moratoria alla costruzione di nuovi insediamenti oltre il ventisei settembre sembra essere una conditio sine qua non alla presenza dei palestinesi al tavolo dei negoziati. Un’opzione che però i coloni e una parte del governo Netanyahu respingono con forza. In gioco, nell’immediato e sul lungo periodo, c‘è l’essenza stessa del futuro Stato palestinese e dei suoi confini.

Uno Stato che l’Autorità palestinese intenderebbe fondare sulla base delle frontiere esistenti prima del 1967. Idealmente, vorrebbe il ritiro di Israele da tutte le sue colonie. Ma il compromesso è già accettato: alcune colonie potrebbero restare, a condizione che ci sia uno scambio di territori. Dal canto suo Israele, che con la costruzione del muro ha di fatto annesso il quaranta per cento del territorio della Cisgiordania, esclude categoricamente un ritorno alle frontiere del 1967, e intende legalizzare la maggior parte delle colonie.

Secondo ostacolo, la questione di Gerusalemme. La parte est della città è al centro delle dispute da anni.

Nella guerra dei Sei Giorni, Israele l’ha sottratta alla Giordania, per poi estenderne il territorio attraverso la colonizzazione. I palestinesi la vogliono come capitale del loro futuro Stato. Per gli israeliani, il 1967 ha consentito la riunificazione della Città santa, che considerano come loro capitale indivisibile e universale.

In particolare, non intendono cedere il controllo della Città vecchia, che ospita alcuni dei principali luoghi santi dell’Islam, dell’ebraismo e del cristianesimo. A Gerusalemme est vivono 260 mila palestinesi e ormai più di 200 mila israeliani.

Legato al dossier della terra, è quello dell’accesso all’acqua. Israele ricava il 60 per cento delle sue risorse idriche dai monti della Cisgiordania e dal Mare di Galilea. I palestinesi, costretti ad acquistare acqua perché gli è proibito scavare pozzi, reclamano una divisione equa.

Ultimo pomo della discordia, i profughi. Quattro milioni di palestinesi vivono nei campi dei paesi vicini. L’autorità palestinese esige il diritto al ritorno. Ma gli israeliani temono di venire demograficamente sopraffatti, e chiedono prima il riconoscimento di Israele come “Stato del popolo ebraico”.

Questioni complesse, che vedranno ogni concessione messa a dura prova dagli estremisti dei due campi. Coloro che, a Gaza come a Tel Aviv, vedono ogni compromesso come una sconfitta di fronte al “nemico”.