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Cronaca del più grande disastro ecologico

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Cronaca del più grande disastro ecologico

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E’ il 20 aprile quando la Deepwater Horizon, piattaforma petrolifera da 425 milioni di euro, esplode a 68 chilometri dalla costa della Luisiana. Muoiono undici tecnici. Pare che per accelerare i tempi di perforazione, almeno questa è l’accusa mossa alla Bp, si fosse passati sopra alle più elementari misure di sicurezza.

Il sottostante pozzo Macondo comincia a riversare greggio nel mare. Lo farà per oltre tre mesi, a un ritmo calcolato di 60 mila barili al giorno di media.
La marea nera fa presto a diffondersi nel Golfo del Messico, arrivando fino alle coste della Florida. E’ il più grande disastro naturale della storia americana.
La pesca è probita in molte aree, le spiagge sono invase da chiazze di petrolio.
Il presidente Barack Obama si recherà 4 volte in zona. L’incidente sta mettendo in questione la sua leadership.

L’amministratore delegato Tony Hayward riconosce le responsabilità della Bp ed è costretto dal governo americano a istituire un fondo da 15 miliardi di euro per risarcire i danni, che però ammonterebbero a più di 50 miliardi.

Le operazioni di bonifica dall’inquinamento si susseguono, insieme a quelle di messa in sicurezza del pozzo. Impossibile stabilire per quanti anni ancora le coste del golfo del Messico sconteranno le conseguenze degli errori umani.

Il 15 luglio la Bp riesce ad arrestare la fuoriuscita di greggio con una copertura che si rivela efficace e che permette di procedere alla fase finale dei lavori di chiusura ermetica del pozzo.
Anche per il colosso petrolifero anglo-americano l’incidente è costato caro: 13 miliardi di euro di perdite nel secondo trimestre e la decisione di vendere assets per 23 miliardi nei prossimi mesi. Con la nomina di un nuovo amministratore delegato.