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Trent'anni dopo la strage, Bologna ricorda i morti e chiede la verità

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Trent'anni dopo la strage, Bologna ricorda i morti e chiede la verità

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Bologna, trent’anni dopo la strage. La città ricorda e chiede risposte sul segreto di stato e sui risarcimenti, protesta contro l’assenza ufficiale del governo alla commemorazione.

Troppi insulti e manipolazioni, dice l’esecutivo.

Per i bolognesi, la memoria è ancora fresca:

“Dopo trent’anni, di quel giorno mi resta tutto”, dice una donna che era alla stazione quel giorno, “Ci ho vissuto, non ho dimenticato un momento di quel che è avvenuto. E sono cresciuta con questo”.

Il segreto di stato su Bologna decade a fine anno, come vuole una legge Prodi. Ma la commissione Granata, istituita da Berlusconi, propone tempi più lunghi.

“La nostra è stata e sarà una lunga battaglia”, dice Paolo Bolognesi, presidente dell’associazione delle vittime, “contro il tempo che passa, contro il silenzio e le menzogne, contro chi vorrebbe farci dimenticare e abbassare la testa”.

Del massacro fu inizialmente accusata l’estrema sinistra. Ma poi furono condannati all’ergastolo i neofascisti Giuseppe Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, a trent’anni Luigi Ciavardini. Condannati per il depistaggio delle indagini la loggia P2 e alcuni dirigenti dei servizi segreti.

Dal due agosto di trent’anni fa le lancette sono ferme alle 10,25 di quel sabato di esodo estivo. La breccia che la bomba ha aperto nel muro è ancora lì, a ricordare le 85 vittime e i 200 feriti che ancora non conoscono i mandanti della strage.