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Pacheco: "Tutti intorno a un tavolo per Cuba"

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Pacheco: "Tutti intorno a un tavolo per Cuba"

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È libero per la prima volta dalla primavera 2003. Pablo Pacheco, giornalista cubano indipendente, ha ritrovato la moglie Gladis e il figlio undicenne Jimmy a Madrid, in Spagna. Pacheco, uno dei dissidenti cubani scarcerati in questi giorni, è passato per le prigioni di Agüica e di Ciego de Ávila senza mai smettere di aggiornare il suo blog. È riuscito a continuare a fare il suo lavoro con l’aiuto di amici, parenti, una rete di attivisti in libertà più o meno sotto sorveglianza. Euronews l’ha incontrato nell’hotel dove è alloggiato, nella periferia sud di Madrid.
 
Enrique Barrueco, euronews: “Quali sono le ragioni per cui il regime di Castro l’ha incarcerato, quale giustificazione legale ha trovato?”
 
Pablo Pacheco, dissidente cubano: “L’argomento usato dal governo cubano, direi piuttosto le prove contro di me, sono state una macchina per scrivere degli anni cinquanta, un registratore da giornalista, matite, denunce, un fax, fogli bianchi, libri, per la maggior parte sul giornalismo, una radio, tutte cose che ho conservato. Le prove sono là”.
 
euronews: “Che trattamento ha ricevuto nelle carceri del regime cubano?”
 
Pablo Pacheco: “Ci sono state diverse fasi. I primi due anni sono stati terribili, nella prigione di Agüica, che ho battezzato ‘sepolcro di uomini vivi’. È stato terribile, davvero. Un giorno il capo dei secondini, Emilio, mi ha detto: ‘Per causa tua hanno fatto il mio nome su Radio Martì’, e io gli ho risposto: ‘Be’, avrai sicuramente fatto qualcosa’, e lui mi ha detto: ‘Mi fa piacere, perché mi dà dei punti con il comandante in capo’, e io ho dovuto ricordargli che il comandante in capo non era eterno. Ma qualunque cosa vi dicano di Agüica, credeteci, davvero”.
 
euronews: “Alcuni dei suoi compagni non vogliono uscire di prigione grazie a un accordo. Come vede questa posizione?”
 
Pablo Pacheco: “Non conosco nessuno che non voglia uscire di prigione grazie a un accordo, ne conosco invece altri che non vogliono partire, abbandonare la patria, e sinceramente la considero una posizione molto coraggiosa, molto dignitosa, ma è una loro decisione personale. Avrei voluto poter fare la stessa cosa, ma credo che mio figlio venga prima di me”.
 
euronews: “Secondo lei il passaggio della presidenza da Fidel Castro a Raúl Castro ha un significato importante?”
 
Pablo Pacheco: “Rispetto l’opinione di tutti, ma sì, credo che se Fidel Castro fosse al potere in questo momento quest’intervista non sarebbe possibile. Da quando ho l’età della ragione, non ricordo di una volta in cui il governo, con Fidel al comando, abbia annunciato la liberazione di una cinquantina di prigionieri politici sul giornale Granma, organo ufficiale del partito comunista di Cuba”.
 
euronews: “Pensa che Raúl Castro possa essere la via per un eventuale negoziato politico con l’opposizione?”
 
Pablo Pacheco “Credo che Raúl possa diventare l’uomo del cambiamento a Cuba, una volta che sarà uscito dall’ombra di suo fratello, perché penso che Raúl abbia vissuto tutta la sua vita all’ombra di Fidel Castro e lui, Raúl, tiene in questo momento le redini del paese. Penso che le persone che ha messo ai posti di comando del paese facciano parte della sua vecchia guardia e credo che sì, che possa offrire ciò di cui il popolo cubano ha bisogno”.
 
euronews: “Crede sia possibile, signor Pacheco, la formazione di una piattaforma unitaria dell’opposizione, di tutti i gruppi civici, dei partiti politici, per negoziare con il regime?”
 
Pablo Pacheco: “Penso che sarebbe fantastico. Senta, siamo chiari, Cuba non è Fidel Castro, Cuba non è Raúl Castro, Cuba non è la dissidenza. Cuba è un popolo di 11 milioni di cubani e due milioni sparsi nel mondo, e credo che domani, dopodomani, non so, a una data che non posso precisare perché il futuro è imprevedibile, dovremo tutti sederci intorno a un tavolo: comunisti, socialisti, liberali, democratici, repubblicani, tutti intorno a un tavolo, dialogare di ciò di cui Cuba ha bisogno, di quel che è meglio per Cuba, e naturalmente per il popolo cubano”.
 
euronews: “Che messaggio rivolge ai prigionieri politici cubani che sono ancora in carcere?”
 
Pablo Pacheco: “Il mio messaggio è che finché resterà un solo prigioniero politico e di coscienza a Cuba, non avrò nulla da festeggiare, e farò tutto il possibile per continuare da qui a contribuire alla liberazione di tutti loro, che credo sia imminente. Ma voglio anche lanciare un messaggio al mondo e a tutti i cubani, in particolare a tutti quelli che vivono in esilio: ho trascorso sette anni e quattro mesi in carcere, lasciando soli mio figlio di soli quattro anni e sua madre, per l’intolleranza di un sistema che ha diviso il popolo cubano. Credo che sia venuta l’ora di seminare amore, credo che l’amore sia l’unica cosa che possa salvarci dalla miseria umana. Davvero: non odio Fidel Castro, non odio Raúl Castro, non odio i carcerieri, non odio i responsabili della sicurezza di Stato che mi hanno mandato in prigione per vent’anni, di cui ho scontato sette anni e quattro mesi, anche loro sono cubani come me , e come dicevo poco fa, verrà il giorno in cui dovremo tutti metterci intorno a un tavolo per discutere di che cosa sia meglio per Cuba e per i cubani”.
 
euronews: “Molte grazie, signor Pacheco”
 
Pablo Pacheco: “No, grazie a voi, credo che possiate avere un ruolo importante perché a Cuba non ci sia più un’altra primavera come quella del duemilatré, quando furono arrestati molti, molti uomini perbene, alcuni dei quali si trovano oggi qui mentre altri sono ancora in prigione”.