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In Bosnia ora si fugge dalla povertà

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In Bosnia ora si fugge dalla povertà

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Divieto di ritorno. Il conflitto in Bosnia ha fatto 100 mila morti secondo alcuni conteggi, 200 mila secondo altri, ma soprattutto due milioni di profughi e sfollati, circa la metà della popolazione di prima della guerra.

15 anni fa gli accordi di Dayton prevedevano il diritto al ritorno, ma molte case sono ancora inagibili.

Un mese fa, le autorità bosniache dicevano di aver bisogno di 500 milioni di euro per poter riportare a casa 150 mila persone in quattro anni. Qui molti sono ancora profughi nel loro stesso paese.

Gli accordi di Dayton hanno diviso la Bosnia Erzegovina in due entità, una serba e una croato-musulmana, provocando un’ondata di migrazioni, sulla base dell’etnia. Gli abitanti non vogliono restare dove non si sentono più a casa loro.

Ci sono poi i 500 mila bosniaci che vivono ancora all’estero. I più anziani sono i rifugiati sfuggiti alla guerra. Ma quelli partiti in anni più recenti, in maggior parte giovani, l’hanno fatto per cercare una vita migliore. Lontano dall’economia esangue della Bosnia Erzegovina.

Il paese ha conosciuto nel 2009 un calo della crescita del 3,2 per cento, contro il più 5,4 per cento del 2008.

Nel 2008, il pil pro capite era di 3.568 euro, dieci volte meno della media europea.

Il tasso di disoccupazione supera il 40 per cento. E il 14 per cento della popolazione vive sotto la soglia di povertà.

Tutto questo nonostante gli aiuti, principalmente provenienti da Unione europea e Stati Uniti.

Ma il problema principale viene dalla complessa situazione politica, in un paese guidato da una presidenza tripartita, e un sistema in cui ogni gruppo etnico tira acqua al suo mulino.

La percezione della Bosnia è talmente negativa che gli investitori stranieri la evitano.

Una situazione in cui è ben difficile immaginare un futuro migliore e il ritorno dei giovani bosniaci.