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Donne in Sud Corea, parità imposta e negata

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Donne in Sud Corea, parità imposta e negata

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Anche a Seul le donne reggono l’altra metà del cielo, ma forse non come la pensava Mao. Perché in questa megalopoli di 23 milioni di abitanti, quarta città del mondo, capitale della Corea del Sud – una delle quattro Tigri asiatiche dalla crescita spettacolare e con un tasso d’accesso a internet fra i più elevati del mondo – né Mao né il femminismo hanno rimpiazzato Confucio.

Il paese non ha nulla da invidiare agli standard europei sotto tutti i punti di vista, o quasi. Parte della popolazione credente è cristiana, il resto prevalentemente buddista, ma la società è ancora impregnata dei valori e delle credenze del confucianesimo: una filosofia che resta a tutt’oggi profondamente patriarcale. Un modello dove le donne fanno fatica a trovare un posto.

Hyan-Jeong, Kil-Ja, Yeong-hee, tre donne, tre generazioni e una visione del ruolo della donna coreana in evoluzione ma ancora con qualche freno.

Kil-Ja ha 60 anni. Per lei “Il ruolo della donna coreana è di sostenere il marito, occuparsi dell’educazione dei figli e vigilare sulla salute della famiglia, perché il marito possa lavorare bene”.

Yeong-hee appartiene alla generazione successiva: “Un tempo il ruolo della donna era di sostenere il marito ed educare i figli, ma questo comincia a cambiare. Troppo tardi per me in ogni caso: da quando mi sono sposata ho smesso di lavorare e mi sono occupata solo dei miei figli”.

Una situazione che Hyan-Jeong, 26 anni, spera di non essere costretta ad accettare: “Contrariamente alla generazione di mia madre, che è rimasta a casa, vorrei continuare a lavorare dopo il matrimonio per trovare il mio posto e una posizione nella società, vedremo se sarà possibile…”

All’Università nazionale di Seul, istituto prestigioso, si incontrano ragazze e ragazzi. Dal punto di vista legale, non c‘è nessuna discriminazione sessuale nell’ambito dell’istruzione, al contrario. Perché se un tempo la posizione sociale di una donna dipendeva da quella del marito, oggi bisogna fare carriera da sé. Una carriera che però è breve.

L’Istituto di ricerca sul genere è specializzato in questioni relative al posto che hanno le donne nella società, nel mercato del lavoro e in famiglia. La sociologa Eun-Kyung Bae spiega: “Nella società coreana l’istruzione dei ragazzi è uguale per maschi e femmine, ma dopo il matrimonio e l’arrivo dei bambini in famiglia, le opportunità di lavoro crollano, la carriera professionale della donna si ferma. Prima si pretende l’uguaglianza, ma poi la donna ha molte difficoltà a tornare sul mercato del lavoro, e deve reggere su di sé tutto il carico familiare”.

Hee-eun Lim ha 36 anni. Da giovane faceva la pittrice. Si è sposata con un musicista, spesso assente per lavoro, e ha avuto un figlio, che ora ha 11 anni. E da 11 anni, Hee-eun si dedica esclusivamente a crescere il bambino.

“Prima dipingevo e tenevo dei corsi all’università due sere alla settimana – racconta -, ma ho smesso. Non mi sentivo libera. Avevo bisogno di qualcuno che si occupasse di mio figlio quelle sere, e non poteva essere il padre perché lavora. Allora, adesso mi dedico interamente a mio figlio, è la mia vita”.

Di avere un secondo bambino non se ne parla: per lei sarebbe troppo dura. Ma non per questo Hee-eun mette in discussione il ruolo del marito.

Eun-Kyung Bae prosegue nella sua analisi: “Il matrimonio è influenzato sempre dalla pressione sociale e dalle scelte dei genitori. Statisticamente, il numero di donne che non vogliono sposarsi è basso, nonostante tutto. Ma ci sono talmente tante cose da abbandonare con la maternità che è difficile trovare il proprio posto nella società per una donna. Bisogna alleggerire il carico che pesa su di loro”.

In Corea i giovani si sposano anche per potersene andare di casa, perché vivere da soli è mal visto, soprattutto per le donne. Risultato: un’alta percentuale di divorzi e un tasso di natalità in caduta libera.