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Robben Island, il calcio dietro le mura

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Robben Island, il calcio dietro le mura

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Robben Island, isola tristemente famosa al largo di Città del Capo. È qui che Nelson Mandela ha trascorso 18 dei suoi 27 anni di carcere, a una decina di chilometri da Green Point, lo stadio nuovo fiammante costruito apposta per i mondiali.

E con Green Point Robben Island ha qualcosa in comune: anche qui si è giocato a calcio. I detenuti hanno lottato per anni per conquistare il diritto di tenere partite settimanali. Una battaglia vinta, con la formazione della Makana Football Association.

Marcus Soloman ne faceva parte: “Ci dicevano: Giocare a calcio? Questo non è mica un albergo. Questa è una maledetta prigione! E naturalmente anche fra di noi c’erano discussioni: ‘dobbiamo proprio chiedere di giocare a calcio, quando non abbiamo nemmeno da mangiare come si deve?’”

Alla fine degli anni Sessanta si giocano le prime partite. Poi la Makana organizzerà un vero e proprio campionato strutturato in base alle regole della Fifa, arrivando a gestire fino a nove società.

Robben Island adesso è un museo, e l’epoca dell’apartheid è finita, almeno sulla carta. Ma non la lotta, dice Soloman: “Là c’era gente in lotta per un mondo migliore, e quella lotta continua, perché gli obiettivi per cui abbiamo combattuto non sono ancora realtà in Sudafrica”.

Diversi membri dell’associazione sono poi entrati in politica, come l’attuale presidente sudafricano, Jacob Zuma, che in carcere faceva l’arbitro. Di orientamenti diversi, ma uniti dallo sport. Quanto alla Makana, è diventata membro onorario della Fifa nel 2007, in occasione dell’ottantanovesimo compleanno di Mandela. Quel Mandela cui fu sempre vietato non solo giocare, ma anche solo assistere ai match.