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Belgio, le radici delle tensioni linguistiche

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Belgio, le radici delle tensioni linguistiche

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Belgio, terra di convivenza linguistica e culturale. Certo, ma una convivenza ben lontana dall’essere pacifica.

Le tensioni fra le due principali comunità linguistiche che hanno provocato le dimissioni del primo ministro non nascono oggi, o negli ultimi mesi.

E nemmeno negli ultimi anni, periodo in cui governi e manifestazioni si sono succeduti a ritmi concitati. Il conflitto risale a prima dell’indipendenza del 1831, e la comunità fiamminga rivendica ormai da decenni più diritti, in particolare nel territorio bilingue di Bruxelles. Il resto del paese è diviso per legge, dal 1963, in due zone principali: al nord, le province fiamminghe, in maggioranza neerlandofone, al sud quelle vallone, principalmente francofone. Una divisione ottenuta a suo tempo dai fiamminghi, ma che agli stessi fiamminghi non basta.

Il conflitto, all’epoca, è tale che nel 1968 gli studenti francofoni vengono espulsi dall’Università cattolica di Lovanio, collocata in zona neerlandofona. L’Università sarà scissa in due, ma continuerà a essere percepita come un simbolo della colonizzazione culturale francofona in territorio fiammingo.

40 anni dopo, centinaia di studenti cercheranno al contrario di dar voce a un’esigenza di unità: unità dell’università, e del paese.

Esigenze e speranze che sembrerebbero oggi sempre più difficili da realizzare, in una fase di accelerazione della crisi: Verhofstadt, Leterme, Van Rompuy, encora Leterme… i governi si succedono a un ritmo convulso, reggendo solo qualche mese prima che le tensioni intercomunitarie facciano saltare le fragili coalizioni.

Una crisi che potrebbe rappresentare un passo indietro, o una fase di transizione in cui restano da definire una volta per tutte i contorni – e i confini.