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Kirghizistan: una rivolta nata dal portafogli

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Kirghizistan: una rivolta nata dal portafogli

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Non tulipani, ma opere di bene. È la situazione economica in Kirghizistan ad aver scatenato la furia della popolazione contro il presidente Bakiev.

Le promesse della rivoluzione del 2005 di rilanciare l’industria e attirare investimenti non sono bastate: il paese continua a dipendere dagli aiuti provenienti dall’estero. E il 40 per cento della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà.

“Il governo non dovrebbe essere come un’impresa familiare, dovrebbe essere composta da gente che pensa al suo popolo”, lamenta una kirghiza denunciando il nepotismo di Bakiev.

Nepotismo e corruzione, che sono stati terreno fertile per la rivolta in un paese dove quasi i due terzi delle entrate sono rappresentati dall’agricoltura e dal denaro inviato alle famiglie dai lavoratori emigrati in Russia.

Una situazione aggravata nell’ultimo anno dalla crisi economica internazionale, che ha provocato un aumento della disoccupazione.

Un agricoltore riassume così la situazione: “Io voglio la pace in Kirghizistan e lavoro per tutti. Oggi non c‘è lavoro per i laureati. Sono costretti a lavorare nei mercati. Perciò i giovani si trasferiscono in Kazakhstan e in Russia”.

A beneficiare alle casse dello Stato, ancor più delle miniere d’oro di cui il Kirghizistan dispone in quantità immense, è stata finora la posizione strategica del paese.

Situato fra la Russia e la Cina e non lontano dall’Afghanistan, ospita due basi militari, una russa e una americana, che producono entrate per centinaia di milioni di dollari all’anno.

Ma l’anno scorso, dopo un incontro fra Bakiev e Medvedev in cui la Russia promise un prestito di 2 miliardi di dollari, più aiuti per 150 milioni, gli Stati Uniti si videro notificare lo sfratto. Pur di non rinunciare alla base da dove ogni mese transitano 35 mila soldati da e per l’Afghanistan, Washington triplicò l’offerta d’affitto a sessanta milioni di dollari.

Bishkek accettò. Mosca abbozzò, ma subito dopo bloccò il pagamento degli aiuti e nel giro di poche settimane cancellò i sussidi alle esportazioni di combustibile verso il Kirghizistan.

Un ulteriore colpo per le tasche dei kirghizi. Che presto ebbero invece le tasche piene… del regime di Bakiev.