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L'Aquila, una città ancora coperta di macerie

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L'Aquila, una città ancora coperta di macerie

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Erano i giorni della “rivolta delle carriole”, a febbraio e marzo. Gli aquilani avevano deciso di riprendersi il centro storico. Stanchi di aspettare che le autorità facessero qualcosa, erano penetrati nella zona rossa con pale e carriole per rimuovere loro stessi i cumuli di macerie. Accadeva solo un mese fa, le macerie erano lì dal 6 aprile dell’anno scorso.

Da allora i lavori di sgombero hanno avuto un’accelerazione, ma restano ancora fra il milione e mezzo e i tre milioni di metri cubi da smaltire. E bisogna farlo con attenzione per recuperare materiali preziosi, come certi antichi mosaici.

Come antico è il quartiere di San Pietro. Lo visitiamo assieme a una famiglia che prima del terremoto abitava in una casa del Cinquecento. Raccontano che l’edificio è stato messo in sicurezza solo un mese fa. Ed ecco in che condizioni è la via adiacente: “È peggio di un anno fa, perché quel palazzo è crollato la notte del terremoto. Tutte queste macerie non c’erano. Secondo me sono le macerie di case messe in sicurezza che le imprese, invece di smaltirle, hanno pensato bene di distribuirle lungo la nostra strada”.

65 mila persone hanno perso la casa la notte della scossa più violenta. La famiglia Tettamanti è fra di loro. Enzo Tettamanti, tornato a far visita all’appartamento con il figlio, commenta: “Dal punto di vista della ricostruzione, dal punto di vista operativo, non è cambiato nulla. Cioè, com’era la casa un anno fa, è ancora così oggi”.

Il governo Berlusconi ha consegnato in questi mesi un po’ meno di 4.500 appartamenti antisismici, per quasi 15 mila persone. Altre 2 mila hanno trovato alloggio nei moduli abitativi provvisori. Ma all’Aquila ci sarebbero ancora 1.500 famiglie senza casa.

Nella devastazione, un’oasi di pace nel centro storico è il Caffè Nurzia, l’unico bar ad aver riaperto, a dicembre, all’inizio senza autorizzazione.

Come dice Natalia Nurzia, “Qui dentro non si parla di terremoto, mai. Si parla di caffè, di cioccolate… Poi esci da quella porta e ripiombi un po’ nella tristezza della città”.